Stiglitz: spendere di più per uscire prima e meglio dalla crisi

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Joseph Stiglitz
Joseph Stiglitz

L’Europa prenda esempio dagli Stati Uniti e aumenti la spesa: questa l’esortazione del premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz. Altrimenti il vantaggio di Usa e Cina sull’Ue potrebbe essere incolmabile.

In una recente intervista a ‘La Stampa’, Joseph Stiglitz mette a fuoco le differenze tra la risposta statunitense e quella europea alla pandemia. E sottolinea l’enorme vantaggio che in questo momento hanno gli Usa.

Biden sta usando la spesa pubblica per le infrastrutture, il mercato del lavoro e la riduzione delle disuguaglianze: un piano ambizioso che può concretamente portare gli Stati Uniti fuori da un circolo vizioso che dura da vent’anni. Inoltre, la nuova amministrazione sta puntando con forza su istruzione, università e ricerca, nell’intento di dare una spinta ulteriore all’innovazione (col dichiarato intento di attirare gli specialisti e i creativi anche dal resto del mondo). Se queste misure avranno successo, sottolinea Stiglitz, gli Usa potranno segnare un punto decisivo nella rivalità con la Cina, una superpotenza con un’eccellente politica industriale, ma il cui modello politico “chiuso” potrebbe mandare in stallo creatività e innovazione.

E l’Europa? Come reggerà il confronto con gli Usa e la Cina? Non benissimo, secondo l’economista. I problemi principali sono due: il primo è che l’Unione europea sta spendendo troppo poco rispetto ai suoi bisogni (i 750 miliardi di euro del Recovery Fund non reggono il confronto con i quasi 5.000 miliardi di dollari messi in campo complessivamente da Biden); il secondo sono gli aiuti di stato, vietati da Bruxelles. Da questo punto di vista, le norme statunitensi e cinesi sono differenti e i due colossi economici mondiali possono sviluppare nuovi settori senza incorrere in restrizioni, come invece accadrebbe in Europa. Questo, ovviamente, fornisce loro un vantaggio decisivo proprio laddove secondo molti si giocherà la partita del futuro: nell’innovazione.

Gli Usa si trovano in una situazione favorevole anche sotto un altro aspetto. Le aliquote fiscali molto basse danno la possibilità di espandere la spesa pubblica finanziandola con le imposte, indirizzando l’aumento dell’imposizione in particolar modo verso le multinazionali, le rendite da capitale, i dividendi, le eredità, le attività inquinanti e le transazioni finanziarie per frenare la speculazione. Una tassazione minima globale da applicare alle ‘corporation’ assicurerebbe una fiscalità più equa e, dato che riguarderebbe solo i profitti, non scoraggerebbe gli investimenti.

Tornando all’Europa, secondo Stiglitz gli ‘eurobond’ sono un’ottima idea per sovvenzionare la spesa. Sarebbe auspicabile riconoscere una volta per tutte che crisi come quella pandemica sono crisi collettive, e dunque andrebbero affrontate con strumenti e assunzioni di responsabilità comuni. Anche l’Ue potrebbe finanziare gli eurobond facendo ricorso alla tassazione sulle multinazionali e su tutti gli aspetti visti poco sopra. Occorre un’azione maggiormente collettiva, con più spese e investimenti. L’importante, sottolinea Stiglitz, è che l’Europa non conceda questi fondi come prestiti, ma come sostegni a fondo perduto per non appesantire ulteriormente i debiti dei singoli paesi. Se la crescita aumenta, anche i debiti-monstre come quello italiano saranno gestibili, sostiene infatti il premio Nobel. Il G20 di Roma, previsto per ottobre, potrebbe essere il momento giusto per porre le basi di un accordo su questi temi.

Per concludere, Stiglitz lancia due riflessioni. La prima riguarda la proprietà intellettuale dei vaccini: considerata l’eccezionalità della crisi pandemica, sarebbe opportuno permettere ai paesi in via di sviluppo di produrre il vaccino senza alcun vincolo di brevetto. La seconda riguarda la disinformazione, un fenomeno in grado di produrre effetti gravemente disgreganti: basti pensare all’assalto a Capitol Hill di inizio anno o all’irresponsabilità dei ‘no-vax’. La società riesce a dare risposte efficaci alle emergenze come quella del Covid-19 solo se è sufficientemente coesa: occorre dunque trovare gli strumenti idonei per affrontare alla radice la criticità della disinformazione.