Salario minimo, appalti e contratti di settore

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Settore delle pulizie
Settore delle pulizie

La crisi sanitaria sta colpendo duramente il mondo del lavoro, e mai come oggi è auspicabile una riforma generale, a partire dal salario minimo.

Il 2020 ha lasciato in eredità un milione di nuovi poveri, con un incremento maggiore nelle famiglie dove è presente un lavoratore, passando dall’8,3% del 2019 al 10,7% per gli occupati nella fascia 35-44 anni (Istat). Questo dato mette a nudo la fragilità del mondo lavoro nel nostro paese, acutizzando una tendenza già in atto da anni e aggravata da una concorrenza fatta di appalti al ribasso, controlli esigui e dal cosiddetto ‘dumping contrattuale’. Una legge del 1960 contro il caporalato obbligava le aziende ad applicare le stesse condizioni contrattuali all’interno della medesima filiera produttiva; tale norma è stata però abolita nel 2003 nell’ambito della riforma Biagi. Quindi, quando un ente bandisce una gara per un servizio, l’azienda che risulta vincitrice finisce spesso per subappaltare il servizio a un’altra ditta che, invece di applicare il contratto di riferimento, ne applica uno diverso, più conveniente. Esistono oltre 900 contratti di settore: le opzioni a disposizione per le aziende di trovarne uno che costa di meno sono dunque ampie.

Nel settore delle pulizie, che conta oltre mezzo milione di addetti, dei quali due terzi donne, il contratto è il ‘multiservizi’ che, a causa di una paga oraria bassa e di un’elevata flessibilità, è stato trasformato in uno strumento di dumping contrattuale per altri settori. Con la crisi provocata dal Covid, ad esempio, molti lavoratori di strutture alberghiere si sono visti cambiare il contratto di riferimento proprio nel ‘multiservizi’; lo stesso vale per dipendenti di ospedali, di musei e di aziende che si occupano di ristorazione e di servizi esternalizzati dalle grandi fabbriche. Un’applicazione forzata, ma consentita dalle norme. Inoltre, gli otto anni di mancato rinnovo che hanno eroso di un ulteriore 6% gli stipendi che a volte non raggiungono i 500 euro e il part time involontario (la media settimanale delle ore lavorate ammonta a 20), rendono ancora più gravosa la situazione dei lavoratori. Un altro contratto sotto accusa è quello della vigilanza privata e dei servizi fiduciari, la cui paga oraria d’ingresso può arrivare a poco più di quattro euro. Applicato agli addetti al portierato degli ospedali veneti, ha portato a una decurtazione delle buste paga del 40%.

La situazione è ancora più grave in quanto, nei settori presi in esame, la maggior parte degli appalti è di natura pubblica. Le gare sono vinte con offerte incoerenti con le tabelle retributive, e le aziende possono sostenerle solo attraverso una politica di riduzione della qualità del servizio e del taglio dei posti di lavoro e delle quote orarie. Ai lavoratori restano il diritto di sciopero e le cause individuali che però sono in forte calo per gli oneri che il lavoratore si troverebbe a sostenere in caso di sconfitta. La legge sulla ‘class action’ è stata votata nel 2019, ma non è mai entrata in vigore.

Sfruttando i fondi del Recovery Plan, sarebbe auspicabile un salto di qualità non solo sul piano dei salari, introducendo la paga minima oraria, ma anche su quello dei diritti. Sarebbe opportuno intervenire sulla rappresentanza, cercando di unificare il più possibile le sigle sindacali che si sono moltiplicate nel corso degli anni per dare maggiore compattezza e forza alla contrattazione collettiva; bisognerebbe inoltre revisionare in favore dei lavoratori i contratti cosiddetti ‘pirata’ che al momento avvantaggiano ingiustamente le aziende, e reintrodurre l’obbligo di utilizzo di contratti coerenti con le determinate filiere produttive, in modo da impedire la concorrenza al ribasso e il dumping contrattuale. In questo modo si ridurrebbero anche le esternalizzazioni, uno strumento spesso abusato che produce precarietà e incertezza per i lavoratori.

Tuttavia, questi aspetti sono al momento assenti nell’agenda del governo. Una reale riforma in questo ambito non può prescindere dai temi del salario minimo, degli appalti e dei contratti di settore, a maggior ragione considerati i colpi inferti dall’emergenza sanitaria a molti comparti economici già in estrema difficoltà e ignorati da troppi anni.