Sharing economy, algoritmi e il nuovo capitalismo

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Algoritmo
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Doveva essere una rivoluzione, e invece la sharing economy si è trasformata in un nuovo strumento del capitalismo finanziarizzato e informatizzato per estrarre profitto dal lavoro.

Nate grazie allo straordinario sviluppo delle tecnologie digitali, le aziende della “sharing economy”, l’economia di condivisione o di collaborazione, fanno ormai parte della vita di molti di noi. Inizialmente sembrava una rivoluzione: la possibilità di lavorare in base a orari flessibili e i pochi requisiti richiesti facevano apparire queste attività come un ottimo modo per arrotondare o per avere una forma di reddito in mancanza d’altro. Nel tempo, i servizi offerti si sono ampliati sempre di più, spaziando dalla mobilità sul modello Uber alle locazioni temporanee di AirBnb, dal recapito di pacchi e corrispondenza al noleggio di bici e monopattini elettrici, fino alla consegna di pasti a domicilio.

Ma questa libertà, solo apparente, si è rivelata una trappola. Inquadrati come prestatori d’opera indipendenti, coloro che lavorano per i colossi della sharing economy sono di fatto privi di molti diritti e della protezione garantita dalla contrattazione collettiva; inoltre, i loro posti di lavoro sono tutt’altro che stabili (in certi casi gli accordi vengono rinnovati di settimana in settimana o di mese in mese) e non godono di alcun versamento di contributi, degli straordinari, delle assenze retribuite per malattia e delle ferie pagate. Elementi che vanno a vantaggio delle società, che evitano gran parte dei costi previdenziali e fiscali di norma a carico dei datori di lavoro. Recenti sentenze in Italia, ma anche in Gran Bretagna e in altri paesi, stanno imponendo alle aziende di considerare i lavoratori non come appaltatori o subappaltatori, ma come dipendenti, perché nei fatti tale è la natura del loro rapporto di lavoro.

Oltre alle piattaforme attraverso le quali operano le società, le tecnologie informatiche hanno reso possibile il controllo capillare di tutto il processo di fornitura o scambio di beni e servizi. Ci riferiamo evidentemente agli algoritmi, strumenti cardine della programmazione informatica che, di per sé, non sono ovviamente né buoni né cattivi. L’utilizzo che ne viene fatto, tuttavia, ha spesso conseguenze negative sui lavoratori: i ‘fattori umani’ non rientrano nelle variabili prese in considerazione dal software, programmato come se dall’altra parte del terminale ci fossero dei robot anziché delle persone. I ritmi imposti e i controlli a cui è sottoposta l’attività del lavoratore sarebbero insostenibili al punto che molti parlano di una vera e propria schiavitù.

Il 22 marzo è stato indetto uno sciopero dei lavoratori della filiera di Amazon che denunciano condizioni molto difficili. I corrieri si trovano spesso a dover consegnare anche 300 pacchi al giorno, mentre chi lavora nei magazzini è costretto a ripetere lo stesso movimento per molte ore consecutive, con tutte le conseguenze del caso sulla salute fisica. Lo sciopero è stato proclamato per l’interruzione della trattativa sulla riduzione dei ritmi di lavoro e sulla salvaguardia della clausola secondo la quale, in caso di cambio di appalto, l’azienda che subentra è obbligata ad assumere i lavoratori della ditta che ha lasciato la commessa. Senza questa protezione, i posti di lavoro sarebbero ancora di più a rischio e i lavoratori vedrebbero ulteriormente ridotti i loro diritti.

Inoltre, le società che operano nei vari settori della sharing economy si fondano spesso su un modello strategico fortemente squilibrato. Prendiamo ad esempio Uber: negli ultimi anni è cresciuta molto come fatturato, passando dai 5 miliardi di dollari del 2016 ai 14,2 del 2019; tuttavia, in quello stesso periodo, ha registrato perdite che vanno dai 3,2 miliardi del 2016 agli 8,6 del 2019. Nonostante l’evidente sbilanciamento, il valore di mercato è aumentato costantemente, fino a raggiungere i 90 miliardi di dollari dei primi mesi del 2021.

Questi squilibri sono sintomatici di un quadro più ampio, che vede all’opera forme di capitalismo predatorio altamente finanziarizzato e informatizzato (attualmente, oltre la metà delle operazioni di borsa è dettata da algoritmi). Agendo in un contesto normativo deregolamentato e in cui spesso sono le multinazionali a dettare legge agli Stati, queste sofisticate incarnazioni del nuovo capitalismo si basano su pratiche speculative che hanno come unico obiettivo il profitto. E i diritti dei lavoratori sono solo un intralcio da aggirare.