Recovery Plan: più imprese e meno finanza

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Finanza
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È fondamentale non dimenticare la lezione della crisi del 2008-2012 per costruire un Recovery Plan efficace.

Durante le crisi finanziarie vengono dilapidate risorse colossali, che non sono quasi mai degli investitori, ma finiscono col provenire dal soccorso pubblico, e cioè da tutti noi. I profitti derivanti da queste crisi vengono intascati dai privati, mentre le perdite vengono socializzate, cioè ripianate dal Tesoro degli Stati. La ragione di tutto ciò è sempre la stessa: la ricerca di alti tassi di profitto. Un ricavo del 30-40% sul capitale investito, da incassare in pochi mesi invece che in alcuni anni è un richiamo pressoché irresistibile per ogni soggetto del mercato finanziario.

L’eccessiva finanziarizzazione dell’economia euro-atlantica ha prodotto la crescita delle disuguaglianze, stimolato la disoccupazione e impedito lo sviluppo dell’economia reale. Sono milioni le imprese di piccole e medie dimensioni che non riescono a crescere come potrebbero per insufficienza di credito per gli investimenti. Il 90% dei prestiti bancari resta all’interno del sistema. Il capitale finanziario è riuscito a condizionare anche le imprese più forti per tecnologia e mezzi finanziari fino a farle diventare degli ibridi, delle quasi-banche, dove la parte finanziaria è sempre più prevalente e tecnologia e produzione sono svalutate. Queste realtà tendono a non assumere dipendenti con contratti stabili ma a privilegiare i contratti a termine. Preferiscono assegnare a ditte esterne il maggior volume possibile di produzione mediante contratti che si possono modificare o rescindere ogni pochi mesi. Esercitano inoltre pressioni a livello politico, non meno che entro l’impresa, affinché i lavoratori e i sindacati diano prova di «moderazione salariale».

Per l’Italia, dov’è stata praticata in specie dal protocollo del 1993 in poi, la moderazione salariale ha condotto ai salari più bassi d’Europa. Il successo di questa operazione è racchiuso in un dato: nei paesi della zona euro, in circa vent’anni, sono stati trasferiti dal monte retribuzioni dei lavoratori dipendenti ai profitti e alle rendite circa 8 punti di Pil. È pratica comune chiudere sollecitamente le unità produttive dovunque siano collocate nel mondo, il cui rendimento, ancorché elevato, risulti inferiore a quello di unità analoghe di società concorrenti. Quando capita l’occasione, chiudere anche qualche impianto anche laddove non sussiste nemmeno una valida ragione produttiva. Tali chiusure di impianti produttivi, con relativo taglio di centinaia e se possibile migliaia di posti di lavoro, in generale provocano un immediato aumento del valore delle azioni.

L’ascesa al ruolo di comando da parte del capitale-denaro ha bloccato lo sviluppo e generato la recessione. Soltanto dove e quando i mercati finanziari sono stati costretti entro dimensioni modeste, rigorosamente segmentati, regolati e messi al servizio degli investimenti produttivi e della formazione delle infrastrutture per la crescita, si sono potute registrare storie di sviluppo economico sostenuto. I due esempi più lampanti sono la Cina negli ultimi quarant’anni e l’Occidente durante l’età d’oro del capitalismo postbellico. Significativa da questo punto di vista è l’esperienza delle garanzie Sace messe in campo dal governo attraverso il sistema bancario: i dati dimostrano che solo 30 miliardi dei 130 complessivi sono stati utilizzati per le imprese, il resto è stato utilizzato dalle banche per ridurre i propri rischi. La politica dei sussidi, ovvero dei finanziamenti diretti alle imprese, è stata invece oggetto di una violenta campagna di delegittimazione da parte della grande stampa nazionale, ormai quasi completamente in mano ai grandi gruppi finanziari. Solo facendo tesoro della crisi 2008-2012 sarà possibile costruire un Recovery Fund utile per il futuro del nostro paese e dell’Europa.