Il costo della carne

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Allevamento intensivo
Allevamento intensivo

Il costo della carne non si limita a quello che troviamo sull’etichetta: l’impatto economico, ambientale e sanitario degli allevamenti intensivi è diventato ormai insostenibile.

A quindici anni dalla pubblicazione del rapporto della FAO “Livestock’s long shadow” che per la prima volta denunciava a livello globale l’impatto ambientale, sanitario ed economico degli allevamenti intensivi, poco è cambiato. Sappiamo che con tutta probabilità il Covid-19 ci è stato trasmesso dagli animali selvatici, così come è accaduto per altre malattie epidemiche. Continuando a consumare territorio in favore degli allevamenti (ma non solo), entriamo in contatto troppo stretto con specie portatrici di virus estremamente pericolosi per noi. La pandemia di Covid-19 ne è un tragico esempio.

Oltre a rappresentare un fortissimo rischio sanitario, gli allevamenti hanno un enorme peso ambientale. Gli animali richiedono miliardi di litri d’acqua e tonnellate di mangime, e producono liquami ed emissioni altamente inquinanti. In Italia, ogni anno, queste ‘bombe ambientali’ rilasciano oltre 40 milioni di tonnellate di Co2 e centinaia di tonnellate di sostanze pericolose quali anidride solforosa, ammoniaca e ossidi di azoto.

Secondo uno studio promosso dalla LAV, mentre 1 chilo di carne bovina ha un impatto sull’ambiente traducibile in 13,5 euro, 1 chilo di legumi ha un impatto pari a 50 centesimi. Anche la carne di pollo, che ha l’impatto più contenuto, si attesta oltre i 4,5 euro, nove volte più dei legumi. Queste cifre si traducono in circa 36-37 miliardi di euro di costi nascosti che pesano sulla società, includendo le spese sanitarie per il trattamento di patologie derivanti da un eccessivo consumo di carne.

Nonostante la situazione allarmante, la filiera zootecnica può contare su considerevoli aiuti economici sia dai singoli Stati membri che dall’Unione europea. La Politica Agricola Comunitaria (PAC) contribuisce ad esempio con oltre 400 miliardi di euro annui. Può suonare paradossale, ma è così: paghiamo per consumare risorse vitali, per inquinare l’ambiente e compromettere la nostra salute.

È senza dubbio auspicabile l’adozione di un nuovo modello di sviluppo, che realizzi davvero la transizione ecologica, obiettivo primario del Recovery Fund, così come è opportuno ripensare il nostro rapporto con l’alimentazione e in particolare con il consumo di carne. I dati sono chiari: l’andamento attuale sarà difficilmente sostenibile ancora a lungo. Inoltre, un comportamento alimentare che preveda una minore percentuale di cibi di origine animale è cruciale per il raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi, per non oltrepassare l’1,5°C di aumento della temperatura terrestre.

Le strategie per uscirne non mancano, a cominciare dalla sostituzione progressiva delle proteine animali con quelle vegetali, più salutari ed economiche. Occorrerebbe inoltre una revisione del sistema degli indennizzi e della Politica Agricola Comunitaria nell’ottica del rispetto dell’ambiente, della biodiversità e della salute dei cittadini. Infine, si potrebbero prendere in considerazione degli incentivi come l’abbassamento dell’Iva sui prodotti vegetali per aumentarne il consumo, e un’equivalente ‘meat tax’, tassa sulla carne, per armonizzare il prezzo di questo alimento con i reali costi economici, ambientali e sanitari che genera. La transizione ecologica non può prescindere da questo passaggio, né dalla consapevolezza di dover assumere, collettivamente, uno stile di vita meno impattante sul pianeta.