E se il Recovery Fund non fosse abbastanza?

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Unione europea

Le misure europee, quando messe a confronto con quelle americane, appaiono insufficienti per garantire una vera ripresa. E lo sono sicuramente per portare a un cambiamento del modello di sviluppo.

Doveva essere la risposta non solo economica ma anche politica dell’Europa alla pandemia, doveva essere il piano per uscire dalla crisi e imboccare la strada della ripresa: invece il Recovery Fund, 750 miliardi di euro di cui la metà prestiti, quando messo a confronto con quanto sta facendo l’amministrazione Biden, mostra tutti i suoi limiti. Al piano da 1.900 miliardi di dollari appena lanciato negli Usa, che si aggiunge ai 900 miliardi varati a dicembre, ne seguirà un altro da 2.000 miliardi: quasi 5.000 miliardi in totale.

I sostegni europei avrebbero dovuto essere veloci, mirati; al contrario fanno una fatica enorme ad arrivare e spesso tralasciano interi settori. Ad aggravare la situazione è l’avanzata zoppicante, tra ritardi e sospensioni, del piano vaccinale. Al momento in cui scriviamo, negli Stati Uniti sono state somministrate oltre 115 milioni di dosi (vaccinando più di un cittadino su tre), mentre nell’Unione europea le dosi finora iniettate sono poco più di 54 milioni (meno di un cittadino su otto).

Dosi di vaccino Covid-19 somministrate al 18 marzo 2021: confronto tra Unione europea e Stati Uniti. Fonte: “Our World in Data”.

Secondo Jean Paul Fitoussi, economista francese, l’Europa è “lenta, poco reattiva e poco generosa. La Germania è la grande sconfitta culturale e politica di questo evento. A chi serve un’Europa così? Ai sovranisti.” L’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis rincara la dose: “[Il Recovery Fund] coprirà appena un ottavo di quello che sarà necessario per i prossimi anni”, ricordando come 120 dei miliardi destinati all’Italia siano prestiti, mentre solamente i restanti 80/90 sono a fondo perduto. Inoltre, questi ultimi saranno diluiti in un periodo di tempo di sei anni, e molti analisti ritengono che il loro impatto sarà modesto proprio per questo motivo. Adam Tooze, professore alla Columbia University, fa notare che in Europa si è verificato un vero e proprio crollo degli investimenti, pari a circa 810 miliardi di euro. Quindi, da solo più delle risorse stanziate per il Recovery Fund (ferme a 750 miliardi).

Il quadro non è così nero secondo altri economisti. Nonostante gli intoppi e le lentezze, gli aiuti dovrebbero arrivare, seguiti dalle misure di rilancio. Tuttavia, sottolinea il professore di macroeconomia internazionale ed europea Francesco Saraceno, mentre negli Stati Uniti è forte la volontà di cogliere la pandemia come un’occasione per sanare almeno parte delle disuguaglianze – la manovra americana è focalizzata sulle fasce più vulnerabili –, invece in Europa questa strategia sembra mancare del tutto.

Le priorità individuate dall’Ue, innanzitutto la digitalizzazione e la conversione ecologica, sono quelle corrette, ma le risorse del Recovery Fund non sarebbero sufficienti a impostare un cambiamento del modello di sviluppo, spostandolo su una strada di maggiore sostenibilità ambientale e sociale. Il vero problema, e la vera sfida, risiede in questo punto. Aiutare l’economia a riprendersi, compiere la digitalizzazione e la transizione ecologica sono dei passi necessari ma non sufficienti: se non verrà trasformato il modello di sviluppo, quella causata dalla pandemia sarà solo l’ennesima crisi sfruttata dall’attuale struttura economico-finanziaria per accumulare ancora più ricchezze e concentrarle in un numero di mani ancora più ristretto. Il tutto a scapito delle fasce sociali più esposte.

La pandemia, nella sua tragicità, ha messo a nudo i difetti e le ingiustizie del nostro sistema economico: occorre trovare una profonda e allargata volontà politica per ripensarlo radicalmente. Allo stato attuale tuttavia, lacerata da contraddizioni e divergenze, l’Europa non sembra esserne in grado.