Il caso McKinsey

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McKinsey & Company
McKinsey & Company

Una consulenza da 25mila euro affidata dal Ministero dell’Economia a McKinsey, gigante del Managing Consulting mondiale, ha scatenato un putiferio: polemiche ingiustificate o c’è dell’altro?

La consulenza commissionata dal Ministero dell’Economia alla società statunitense McKinsey ha sollevato molte polemiche, tra chi ha gridato allo scandalo e chi ha minimizzato, sostenendo che questo tipo di affidamento è prassi consolidata da anni. Sta di fatto che il Ministero, visto il clamore, ha ritenuto opportuno chiarire alcuni aspetti della vicenda, specificando in un comunicato stampa che “la governance del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza, NdR) italiano è in capo alle Amministrazioni competenti”, che “McKinsey […] non è coinvolta nella definizione dei progetti del PNRR”, che “l’attività di supporto richiesta a McKinsey riguarda l’elaborazione di uno studio sui piani nazionali ‘Next Generation’ già predisposti dagli altri paesi dell’Unione Europea e un supporto tecnico-operativo di project-management per il monitoraggio dei diversi filoni di lavoro per la finalizzazione del Piano.” Infine, la nota del Ministero specifica il valore del contratto, ossia 25mila euro + Iva, incarico affidato ai sensi dell’art.36, comma 2, del Codice degli Appalti (contratti diretti “sotto soglia”).

Il Ministro dell’Economia, Daniele Franco, è tornato sulla vicenda in un’audizione parlamentare, ribadendo che nessuna società privata di consulenza riveste ruoli decisionali né ha accesso a informazioni sensibili. L’incarico riguarderebbe appunto l’analisi dei piani degli altri paesi e meri interventi “editoriali”, ossia la messa a punto delle slides da presentare a Bruxelles. Sembrerebbe infatti che gli standard di formattazione di McKinsey siano estremamente comuni a livello internazionale, e quindi più facilmente riconoscibili e interpretabili da coloro che dovranno leggere e valutare il PNRR. Un’operazione più di grafica che di contenuti, insomma.

Ma allora dov’è il problema? Innanzitutto i costi. Non di questo contratto specifico, che ha un importo più da rimborso spese che da vera consulenza per una società importante come McKinsey, ma degli onorari corrisposti negli anni dalla Pubblica Amministrazione, la quale fa ampio uso dello strumento del Management Consulting. Un rapporto della Corte dei Conti, datato 2012, riferisce che tra il 1994 e il 2008 ben 2,2 miliardi di euro sono stati pagati in consulenze. Alla luce di questo dato, sarebbe auspicabile una riforma integrale del settore per consentire alle amministrazioni e agli enti pubblici di reperire al proprio interno le risorse attualmente appaltate ad aziende private.

In secondo luogo, è opportuno porre attenzione al fenomeno cosiddetto “revolving doors”, ossia le “porte girevoli” di chi alterna funzioni pubbliche a incarichi personali, passando dall’esercitare cariche istituzionali con poteri autorizzativi e negoziali al ricoprire ruoli in aziende private con interessi nei medesimi settori e viceversa. La questione è di stringente attualità nel momento in cui il governo si trova a essere composto principalmente da tecnici con un passato (anche molto recente) al servizio di società private: è sufficiente leggere i curricula dei ministri per rendersi conto della delicatezza del tema.

Il terzo punto riguarda gli scandali che hanno coinvolto la McKinsey. In alcuni casi, la collaborazione con l’azienda ha portato governi e amministrazioni a prendere decisioni a dir poco controverse sul piano etico. Pensiamo ad esempio allo scandalo degli oppioidi negli Usa (la società ha fornito consulenze ai produttori di tali farmaci, contribuendo indirettamente ad alimentare l’epidemia di dipendenza; per chiudere i contenziosi legali avviati in 49 stati, McKinsey ha sborsato 600 milioni di dollari) e all’assistenza fornita all’agenzia che si occupava dell’immigrazione sotto l’amministrazione Trump (quando veniva applicata la cosiddetta politica della “tolleranza zero” che ha portato a separare dai genitori i figli degli immigrati irregolari). Pochi giorni fa, come conseguenza di questi e altri scandali, il leader di McKinsey non si è visto rinnovare il mandato: non succedeva dal 1976.

Per ultimo, si pone un problema per così dire di ‘visione’. Draghi, da tecnico, ha scelto altri tecnici per portare a compimento quella che ormai viene considerata la chance più importante dal dopoguerra a oggi per condurre il paese a un rinnovamento profondo. Il governo è formato da ottimi manager, i quali tuttavia si sono formati e hanno sempre operato nell’ambito quell’establishment che ha portato l’economia mondiale nella situazione in cui si trova: dominata dalla finanza speculativa, favorevole soprattutto alle grandi multinazionali, alimentatrice di disuguaglianze e di disagio sociale. Il rischio concreto è che il PNRR venga redatto sulla base di quest’ottica che privilegia il profitto sopra ogni altra cosa e che guarda al Pil come all’unico parametro da soddisfare. La pandemia ha messo a nudo l’inadeguatezza dell’attuale struttura economica e soltanto cambiando quest’ultima si può aspirare a una vera rigenerazione del sistema in senso ecologico e socialmente equo. Oltre alle competenze, è necessaria una visione. Una visione nuova, etica.