Pd, la mossa di Zingaretti

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Partito Democratico
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Oggetto di attacchi continui, il segretario annuncia le dimissioni: quali prospettive si aprono per il Partito Democratico?

“Lo stillicidio non finisce”. Inizia con queste parole il post con cui Nicola Zingaretti ha annunciato giovedì 4 marzo le proprie dimissioni dalla guida del Partito Democratico. La sua leadership è stata di recente oggetto di attacchi da parte dei renziani interni al Pd che hanno offerto una sponda all’ex segretario nella sua azione demolitiva nei confronti del Conte bis. A ciò si aggiungono le posizioni a loro modo clamorose assunte da Bonaccini – che molti danno come prossimo candidato forte al Nazareno – in convergenza con Salvini in merito alle misure di sicurezza confermate dal governo Draghi.

In questo panorama in cui “non ci si ascolta più”, e che potrebbe impantanare il Pd “in una guerriglia quotidiana”, Zingaretti avrebbe tutto l’interesse ad affrontare un congresso chiarificatore. Anche perché, al momento, i suoi avversari interni sarebbero privi di una vera alternativa politica, limitandosi invece a ripetere alcuni mantra che tuttavia appaiono strumentali. Si dicono riformisti, ma non specificano in quale senso; si dicono anche “a vocazione maggioritaria”, ma questa velleità di autosufficienza in passato ha condotto il Pd all’isolamento e alla disfatta elettorale. Per arrivare al governo, un partito al di sotto del 20% com’è attualmente il Pd deve necessariamente passare per la politica delle alleanze: altrimenti il rischio è quello di consegnare il paese a quella che molti definiscono “la peggiore destra di sempre”.

Messa da parte l’illusione di un forzato bipolarismo (illusione prima veltroniana, poi renziana) e considerato che la legge elettorale difficilmente cambierà il proprio impianto proporzionale, l’unica opzione percorribile per competere con la destra è dare vita a un largo campo di forze democratiche e progressiste, ripartendo dalla coalizione che ha sostenuto il Conte bis. L’alternativa sarebbe quella di associarsi alla narrazione denigratoria di chi si è opposto o ha affossato quel governo, andando a elezioni sconfessando l’esecutivo che fino a qualche mese prima si è sostenuto e del quale si è fatto parte.

Se davvero si vuole porre una questione d’identità, il Pd dovrebbe interpretare la sfida pandemica con l’assunzione di una consapevolezza nuova, che affondi le radici nella realtà e non in una qualche visione attraente ma fantasiosa: la globalizzazione non ha portato solo opportunità, ma anche altissimi costi umani e sociali che l’emergenza sanitaria ha fatto deflagrare. La sinistra deve tornare a farsi carico di quelle istanze di uguaglianza e protezione sociale che da qualche tempo sembra aver perso di vista e riallacciare un contatto stretto con i lavoratori e il ceto medio, sottraendoli così all’influenza dei populismi di varia natura che sono esplosi negli ultimi anni. Questi orientamenti sono ulteriormente favoriti dal nuovo atteggiamento dell’Unione Europea, non più appiattita su rigide politiche di austerity.

Altrimenti non resterebbe che un’alleanza con i cosiddetti ‘cespugli centristi’, una resa all’egemonia politica e culturale di un ‘piccolo centro’ che starebbe un po’ di qua e un po’ di là a seconda delle convenienze. Questa sì che sarebbe una sconfitta.