Contributo ad una auspicata riflessione prima dell’approvazione del Piano Territoriale Paesistico Regionale (PTPR) del Lazio

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Uomo che cammina - Alberto Giacometti 1960
Uomo che cammina - Alberto Giacometti 1960

Uno sviluppo senza la tutela del territorio crea disastri, impoverisce il paese e lo rendo meno attrattivo per investimenti e residenzialità.

Il concetto di tutela di quell’indissolubile insieme di valori estetici e culturali che determinano il paesaggio ha avuto negli anni una grande evoluzione divenendo oggi il cardine attorno al quale prendere decisioni, pianificare il territorio, sviluppare strategie e attrarre investimenti. Oramai nella coscienza collettiva la necessità di conservazione e valorizzazione paesaggistica è elemento condiviso tanto da essere motivo d’orgoglio e di appartenenza al nostro paese nella consapevolezza che è proprio questa unicità a rendere l’Italia speciale e non paritetica nazione tra le nazioni.

Il paesaggio italico è fondamentalmente una stratificazione di bellezze naturali e ingegno dell’uomo, dove l’operosità del sapere umano ha plasmato nei secoli il nostro bel paese incastonando tanta arte in una ambiente certamente benevolo.

Senza l’agricoltore che ha arato, coltivato, allevato, costruito cascine, condotto il territorio per secoli non si avrebbe oggi il paesaggio delle colline senesi, le auree distese di frumento che decorano il suolo che tanto colpirono Goethe, i filari di vigneti delle langhe e i terrazzamenti liguri.

Senza la civiltà marinara, la fatica del pescatore e l’audacia dell’armatore le splendide coste italiane non avrebbero le marine arroccate sulla costiera amalfitana, la fortificata Gallipoli e le case colorate a picco sul mare di Procida.

Senza la ricerca ossessiva del nuovo coniugata all’idea di spettacolarizzazione degli architetti del barocco e le scelte coraggiose di casate nobiliari anche allora accostate ai barbari le nostre città non sarebbero le mete più ambite nel panorama turistico mondiale.

Senza la capacità produttiva dei “signori di campagna” che all’interno delle proprie tenute agricole organizzate con la casa del vaccaro, le scuderie, gli allevamenti di vitelli e le serre importate dell’Inghilterra per le azalee edificano Villa Algardi, non vi sarebbero le grandi ville urbane e periurbane della Capitale.

È un eterno misurarsi tra l’uomo e la natura dove il paesaggio è un divenire incessante dettato dal grado di consistenza delle relazioni sociali, economiche e culturali e muta col mutare di esse.

Certo il paese ha subito enormi speculazioni edilizie figlie dell’espansioni degli anni 60/70, dell’abusivismo selvaggio e della carenza di norme e della incapacità dello stato di far rispettare le leggi. Questo ha portato alle grandi battaglie ambientaliste degli anni 80 e dai primi Decreti Ministeriali di tutela delle bellezze naturali degli anni 50 si è passati ai piani paesaggistici territoriali regionali di oggi. Il paese, dove si è costruito troppo e spesso male, ha visto una crescita costante dell’estensione dei vincoli, sia apposti per legge che con specifici decreti dichiarativi, portando ad esempio nel Lazio una copertura ad oltre il 75% del proprio territorio. La conseguente e definitiva fine dell’espansione delle aree urbane e un nuovo patto tra città e campagna oggi è un’occasione irripetibile da cogliere per la rigenerazione urbana di aree vaste, favorendo città smart e intelligenti, infrastrutturando il paese, sviluppando connessioni e logistiche strategiche, trasformando il territorio dentro il nuovo paradigma della transizione ecologica e digitale.

In questo scenario avanzato e pacificato attorno alla condivisione della insostituibilità della tutela, l’elemento fondamentale risiede proprio nel come gestire il vincolo in un’ottica di tutela volta alla crescita culturale, alla valorizzazione del bene paesaggistico e al potenziamento del grado di vitalità socio/economica che aree vaste sottoposte a vincolo paesaggistico possono esprimere.

Purtroppo una parte consistente dell’apparato dello stato e delle sue varie burocrazie mantengono una visione primordiale e novecentesca dell’impianto del vincolo quale argine e attività di contrasto della presenza attiva dell’essere umano in una visione di decrescita e di immodificabilità assoluta. Così facendo si mortifica proprio quel concetto di tutela che è caratterizzato nel qualificare l’agire, il lavorare, il vivere e il fruire di un particolare luogo di pregio. Alimentare un contrasto tra sviluppo e tutela in una dicotomia escludente è profondamente sbagliato.

Uno sviluppo senza la tutela del territorio crea disastri, impoverisce il paese e lo rendo meno attrattivo per investimenti e residenzialità. Oggi competono le aree territoriali vaste dove il buon vivere, operare, sviluppare e insediare aziende in un contesto bello e organizzato gioca un ruolo strategico nei mercati mondiali ed è la vera forza potenziale da attivare per rilanciare il Sistema Italia.

Altresì la tutela senza lo sviluppo del paese porta all’abbandono e alla arretratezza, impedisce innovazioni tecniche e infrastrutturazioni strategiche e condanna il paesaggio, che è tale in quanto è stato scenario naturale della vitalità delle società nel tempo, ad un ruolo di marginalità assumendolo a mero fattore estetico.

La rigidità con cui ad esempio si vuole il piano paesaggistico territoriale del Lazio spezza il delicato rapporto tra uomo e natura senza determinare vincitori ma solo vinti. Nelle aree boschive se non si permette la manutenzione il bosco muore e con esso l’economia connessa. Nel paesaggio rurale se non si permette un’implementazione del reddito agrario tramite servizi e funzioni aggiuntive l’agricoltura muore e i terreni tornano incolti. Nelle coste marine e lacuali se non si permette la destagionalizzazione e il riordino delle attività balnearie si condanna tutto un settore economico ad una caotica stagionalità e le coste all’abbandono per gran parte dell’anno. Nelle nostre città se si impedisce la sostituzione edilizia o la si obbliga a ricostruzioni tal quali il paesaggio delle indistinte periferie certamente non cambierà.

Relegare il contemporaneo in un recinto di totale sfiducia nella convinzione della assoluta supremazia delle capacità di produrre bellezza di ieri sul domani rappresenta un limite culturale asfissiante che blocca il paese e che allontana la nostra società dal contesto internazionale che coraggiosamente e costantemente investe su creatività e innovazione.

Questa rigidità impedisce la valorizzazione del bene paesaggistico, l’attivazione di investimenti duraturi e di gestioni costanti favorendo alla lunga un abbandono o un uso precario del territorio che come è noto è sempre foriero di un depauperamento del bene e di un impoverimento del paese.

L’essere custode operoso per tramandare e migliorare tanta bellezza è il compito che dobbiamo assolvere ma servono regole condivise. Per questo è necessario intervenire sull’impianto ideologico del Piano Territoriale Paesistico Regionale del Lazio voluto dalla burocrazia del MiBACT (Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, appena suddiviso in due ministeri dal governo Draghi – NdR) che usa il vincolo per limitare e contrastare ogni trasformazione e riqualificazione territoriale.

Luigi Tamborrino – TerritorioRoma