L’eccezione irlandese

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La Dogana di Dublino, Irlanda
La Dogana di Dublino, Irlanda

Nell’annus horribilis della pandemia, il Pil dell’Irlanda cresce del 3%: ma solo grazie alle multinazionali che ne sfruttano i vantaggi fiscali.

Secondo le previsioni della Commissione Europea, il Pil 2020 degli Stati membri sarà pesantemente influenzato dalla pandemia. L’Italia segnerà un calo dell’8,8%, la Francia non farà molto meglio con un -8,3%, mentre la Spagna precipiterà a un -11%. La media europea si attesterà sul -6,3%; la Germania sembra essere riuscita a limitare i danni e si prevede che chiuda l’anno con un -5%.

È andata male per tutti? No. Le previsioni dicono che il Pil dell’Irlanda segnerà un aumento del 3%: uno dei migliori risultati a livello mondiale, sorpassando anche la Cina. Possibile che l’economia della piccola isola che conta meno di 5 milioni di abitanti abbia superato quella del paese del Dragone? In effetti, non è un risultato sporadico. Nei tre anni precedenti, l’Irlanda ha collezionato una crescita variabile tra il 5,6% e il 9,1%.

Tornando all’anno appena concluso, osserviamo che l’Irlanda ha passato lunghi periodi in lockdown esattamente come il resto d’Europa; inoltre, ha visto i consumi interni e il tasso di occupazione crollare. Il reddito nazionale lordo (quanto i cittadini irlandesi guadagnano realmente) è sceso di 9 miliardi, pari a un -3% in linea con il resto del continente.

Perché allora il Pil va così bene? La spiegazione di questa apparente contraddizione sta nel fatto che tale indice comprende anche le transazioni con l’estero ed è “sospinto – recita il report della Commissione Europea – dalle esportazioni di aziende multinazionali specializzate in dispositivi medici, prodotti farmaceutici e servizi digitali”.

Sappiamo che ci sono delle società che hanno guadagnato dalla pandemia, le cosiddette Big Tech, Big Pharma e le medicali, e adesso, sulla base dei dati diffusi, abbiamo la certezza che ci hanno guadagnato una seconda volta col trasferimento dei profitti realizzati nel Vecchio Continente verso Dublino, dove godono di aliquote fiscali vicine allo zero (cfr. Produrre valore ed estrarre valore: il caso Apple).

Avere una sede in Irlanda è estremamente conveniente per le multinazionali, e lo dimostra il fatto che ben 18 dei 25 leader mondiali del settore (tra cui Pfizer e Johnson & Johnson) sono insediati nell’isola, la quale copre, da sola, il 7% di tutto l’export globale dei prodotti medicali e farmaceutici legati alla pandemia.

Dunque, quella crescita del Pil, ancor più straordinaria perché maturata in un periodo di recessione internazionale, non è costituita da reali esportazioni irlandesi, ma da profitti sottratti agli altri Stati membri, compresa l’Italia. Sotto questo punto di vista, negli ultimi 4 anni, l’Europa si è vista sottrarre la bellezza di 120 miliardi di profitti tassabili.

Queste strategie di riduzione dell’imposizione fiscale sono state ripetutamente messe a nudo e contestate anche ai più alti livelli delle istituzioni europee. È arrivato il momento di passare dal dissenso ai provvedimenti concreti: sarebbe condivisibile che la rinascita dell’Unione europea passi per principi quali la solidarietà e l’equità, e non per i vecchi metodi di massimizzazione dei profitti a discapito delle comunità.