Antropologia dello sviluppo: verso un nuovo modello?

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Un solo pianeta
Un solo pianeta

Torna di attualità una frase di Umberto Eco: “Il diritto alla felicità. La Dichiarazione di Indipendenza americana lo riconosce a tutti gli uomini. Ma dovremmo abituarci a pensare a una vita piena in termini collettivi e non come soddisfazione solo individuale”. Ora la crisi sanitaria, economica e sociale mostra le fragilità del sistema. E se non si inverte la rotta il divario con il “sud globale” diventerà sempre più ampio.

di Ilaria Bartoli – Articolo pubblicato il 5 febbraio 2021 su quoted business

Scrivere di antropologia economica e sviluppo in questo momento storico non è una cosa molto semplice: è un po’ come doversi orientare e trovare la propria interpretazione delle cose nel mezzo di una pandemia, una crisi mondiale, importanti accadimenti politici, ma soprattutto in un momento prolungato di stasi e crisi della crescita economica. E’ come se fosse ancora presto per poterlo fare. Tuttavia, è proprio da questi fatti che potremmo partire per provare a leggere alcune cose della realtà. Tra tutti, un significato e una rilevanza particolare potrebbe essere attribuita agli eventi dello scorso 6 gennaio a Capitol Hill, Whashington, Stati Uniti.

A proposito di tutto torna alla mente una citazione di Umberto Eco di diverso tempo fa sulla “bustina di Minerva” dell’Espresso, un concetto che avrei voluto usare ad apertura del mio libro e che citava così: ” Il diritto alla felicità. La Dichiarazione di Indipendenza americana lo riconosce a tutti gli uomini. Ma c’è un equivoco. Dovremmo abituarci a pensare ad una vita piena in termini collettivi e non come soddisfazione solo individuale”.

Peraltro, fu il filosofo napoletano Gaetano Filangieri ad influenzare il padre-fondatore della Costituzione Benjamin Franklin nella stesura della bozza della Dichiarazione d’Indipendenza.

La crisi americana, in qualche modo, parla proprio di questo: dell’estendibilità dei diritti a tutta la popolazione, bianca, nera, latina o indigena, e delle resistenze viscerali che una parte della popolazione esercita per la paura di perdere i propri privilegi.

E qui torniamo daccapo al significato. Cioè, il riconoscimento dell’altro, dei suoi diritti – tra cui anche quello alla felicità – è un dare valore all’altro e a noi stessi insieme. È un riconoscere che la nostra felicità è legata anche alla felicità dell’altro, alla felicità collettiva. Questo diritto è stato ripreso anche dalle Nazioni Unite, che riconosce nello sviluppo equo – quindi di tutti – della crescita economica un assunto fondamentale.

La crisi sanitaria, economica e sociale che stiamo vivendo, seppur originata dalla pandemia, ha mostrato le fragilità del sistema economico (e anche politico…) in cui viviamo e ci sollecita, ora, a correggere non più solo teoricamente ma nella concretezza di un progetto reale, un paradigma – quello della modernizzazione – che ha rivelato nel tempo tanti risvolti negativi per la qualità della vita dell’uomo moderno.


Ilaria Bartoli, Ripensare lo sviluppo
Ilaria Bartoli, Ripensare lo sviluppo

Già da tempo infatti, molti sociologi e antropologi sociali hanno espresso critiche al paradigma della modernizzazione. Lo sviluppo capitalistico infatti, coniugato con la globalizzazione ha prodotto, o meglio radicalizzato le disuguaglianze sociali e una diseguale distribuzione della ricchezza nel mondo, fino ad arrivare agli effetti che l’economia liberista ha avuto sull’ambiente. Risalgono ormai agli anni ‘70 del secolo scorso le prime critiche dell’antropologia e di molti studiosi dell’economia e della sociologia a questo modello di sviluppo, denominato “top-down” (ossia verticistico) e un interesse crescente verso una prospettiva diversa, quella del “bottom-up” (“putting people first”), modello più inclusivo e orientato verso la partecipazione delle comunità umane.

Ed è stato lo stesso modello economico ad avere allargato lo sguardo alla dimensione sociale e culturale dello sviluppo, cominciando a prendere consapevolezza di come l’uso razionale delle risorse, il trasferimento dei beni e delle conoscenze, oppure i soli indicatori di crescita economica non fossero da soli più sufficienti ad indicare ciò che oggi possiamo definire benessere se non accompagnati anche da una considerazione della dimensione sociale e culturale di un paese: che attiene ai diritti, alla salute, all’istruzione, bisogni primari ed essenziali (si vedano ad esempio le stesse critiche dell’economista Fred Hirsch sui paradossi della crescita economica).

È l’UNDP (United Nation Development Programme) che nel 1990 introduce l’ISU, ossia l’Indice di Sviluppo Umano, che per la prima volta combina fattori economici e anche sociali per la determinazione dello sviluppo di un paese, mettendo insieme variabili inerenti la longevità, il tasso di alfabetizzazione e il reddito pro-capite. Oggi, se parliamo di diritti, per prima cosa pensiamo al diritto alla salute. E, nonostante attualmente siamo tutti coinvolti nelle vicende politiche, sociali ed economiche del nostro paese – che proprio in questi giorni, ancora una volta, hanno visto cedere al lato più egoistico e personale a discapito di una visione responsabile e collettiva – non possiamo non pensare a quelle popolazioni più lontane e del Sud del mondo: l’Africa e il Sud America difatti, si trovano a fronteggiare questo virus con le fragilità delle loro strutture e dei carenti sistemi di protezione della salute.

Inoltre, è notizia delle ultime settimane dell’insufficienza delle scorte dei vaccini necessari a proseguire la diffusione della cura tra la popolazione anche italiana e l’apertura di un dibattito intorno alla cessione del brevetto e all’importanza che la cura raggiunga tutte le popolazioni nel mondo.

Diversamente, il divario con il “sud globale” diventerà sempre più grande. Per ora basta guardare il numero di dosi prenotate dai paesi Occidentali e il resto del mondo per rendersene conto.

Le principali case farmaceutiche dovrebbero produrre in totale circa 12 miliardi di dosi nel 2021, di cui circa 9 miliardi sono già state opzionate da un numero ristretto di Paesi, mentre molti di quelli più poveri, quest’anno, non potranno vaccinare contro il Coronavirus più del 20% delle loro popolazioni (cit. Ourworldindata.org ).

Per non continuare a disegnare quella consueta linea di demarcazione che divide il Nord dal Sud – anche di fronte ad una malattia globale che solo apparentemente ci vede tutti uguali – dobbiamo lottare per estendere a tutti il diritto alla cura, trovare le soluzioni e i giusti accordi per “liberalizzare” il vaccino e credere, come osservava giustamente il filosofo e scrittore U. Eco, che non vi è benessere individuale se non è coniugato anche in termini sociali.

Questo valore, fondamentale per noi e le prossime generazioni, mi pare l’unica prospettiva possibile.