Il lato oscuro della fiscalità in Europa

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Lussemburgo, Europa
Lussemburgo, Europa

In tempi di pandemia, è ancora più intollerabile e incomprensibile la presenza di paradisi fiscali all’interno dell’Unione Europea.

Il denaro pubblico destinato al salvataggio delle aziende in difficoltà a causa della pandemia deve essere usato in maniera trasparente e non deve in alcun modo rappresentare un sistema per realizzare ulteriori profitti: per questo la lotta ai paradisi fiscali diventa ancora più pressante. In Europa ne abbiamo ben quattro: il Regno Unito (la cui posizione è tuttavia mutata dopo la Brexit), la Svizzera, l’Olanda e il Lussemburgo.

Secondo il Tax Justice Network, le politiche fiscali di questi paesi causano al resto dell’Europa una perdita annuale di oltre 27 miliardi di dollari (che diventano 75 considerando la corsa degli altri stati ad abbassare le tasse per evitare che i colossi dell’economia trasferiscano altrove la propria sede fiscale). Questa cifra è relativa soltanto alle società Usa; quando si potranno sommare i dati delle multinazionali con sede in paesi diversi, probabilmente le somme indicate raddoppieranno.

In Germania, le multinazionali americane dichiarano 46.000 dollari di profitti per ciascun dipendente. In Italia 45.000, in Francia 36.000 e in Spagna 34.000. Già queste cifre, del tutto incongrue rispetto al volume d’affari realizzato in tali paesi dovrebbero far pensare. Tuttavia, se andiamo a dare un’occhiata a quanti profitti vengono dichiarati per ogni dipendente nei quattro paradisi fiscali, la situazione diventa pazzesca. In Gran Bretagna si raggiungono gli 84.000 dollari, in Olanda si fa un balzo a 575.000, in Svizzera si sale ancora fino a 826.000. E in Lussemburgo? Nel piccolo Granducato che conta appena 600.000 abitanti, i profitti dichiarati per ogni dipendente schizzano all’assurda cifra di 8.832.000 dollari.

Tutto questo è possibile grazie alle tasse irrisorie che le società pagano in questi paesi (in Lussemburgo, nonostante da un punto di vista formale la percentuale si aggiri sul 27%, le imposte effettive pagate sono meno dell’1% – sì, avete letto bene, meno dell’1%).

La corsa a spostare la sede fiscale assicura una tassazione molto bassa e tutti i vantaggi del far parte dell’Ue e del suo mercato unico. A fronte dei 271 miliardi di dollari di profitti dichiarati nei quattro paradisi sopra menzionati, le multinazionali Usa hanno dichiarato solo 102 miliardi in tutti gli altri paesi membri messi insieme. E su quei 271 miliardi, hanno pagato solo 15,9 miliardi di tasse: una media del 5,8%. Su scala mondiale, si calcola che i quattro paradisi siano responsabili per la metà della “corporate tax avoidance”, ossia la pratica messa in atto dalle multinazionali per eludere un’equa tassazione.

La domanda è: perché nazioni come la nostra, ma anche come la Germania e la Francia, che perdono enormi somme ogni anno, continuano a tollerare il comportamento di paesi come il Lussemburgo? In parte per ragioni ideologiche: una buona fetta dell’opinione pubblica, spinta da una propaganda aggressiva, considera l’imposizione di tasse una cosa negativa a prescindere. Slogan che gridano al taglio delle imposte fanno presa, ma bisogna essere consapevoli del fatto che questo tipo di impostazione in campo fiscale favorisce unicamente i grandi patrimoni, mentre i piccoli e medi contributori difficilmente beneficeranno di determinati vantaggi. Inoltre, le grandi corporazioni riescono a raggiungere i livelli più alti della società e delle istituzioni grazie alla propria azione di lobbying, con l’obiettivo sia di mantenere lo status quo a loro favorevole, sia di evitare che troppa trasparenza danneggi l’immagine positiva che coltivano insistentemente.

Un secondo e più sostanziale motivo dell’inazione dell’Ue riguarda il fatto che la legislazione fiscale richiede l’unanimità per essere modificata. È facile intuire che i paesi che guadagnano cifre da capogiro dall’attuale situazione si oppongono a qualsiasi cambiamento, facendo appello a una presunta ‘sovranità fiscale’ secondo la quale ciascun paese dovrebbe avere il pieno controllo sulle proprie norme in materia di imposte. Peccato che la tassazione non è qualcosa di isolato e indipendente, ma qualcosa di profondamente e inestricabilmente interconnesso: l’azione di un singolo stato influisce, a volte pesantemente, su tutti gli altri. È opportuno dunque che le decisioni su questa materia vengano prese a maggioranza e non all’unanimità, e che venga istituita una base normativa comune che eviti comportamenti scorretti.

Oltre a questo, l’Ue può e deve adottare ulteriori strategie. Innanzitutto, stabilire delle norme che consentano a ciascun stato membro di valutare i profitti realizzati dalle multinazionali nel proprio territorio e calcolare l’imposizione fiscale in base a questo valore. In secondo luogo, adottare un’aliquota unitaria minima sotto alla quale non è possibile scendere (abbiamo visto che nominalmente le tasse in Lussemburgo ammontano al 27%, ma che, con bonus e incentivi, questo numero scende addirittura sotto l’1%). Infine, applicare un rigoroso principio di trasparenza e rendere obbligatoria una rendicontazione pubblica annuale contenente almeno i seguenti dati: l’ubicazione e il numero degli impianti e dei lavoratori impiegati, il volume delle vendite, i profitti dichiarati e le imposte pagate. Sembra un’ovvietà, ma in molti paesi le multinazionali non sono tenute a diffondere tali informazioni. Queste cifre e questi comportamenti non sono certo una novità. Occorre trovare una volontà politica comune per trasformare l’attuale ‘disunione’ fiscale europea in una unione reale, in cui prevalga la solidarietà tra i 27 stati membri e in cui il benessere dei cittadini venga messo davanti alla fame di profitti, specialmente in un periodo di grave crisi come questo.