La Giustizia, il pomo della discordia

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Giustizia
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La Giustizia rimane un tema centrale per il paese, un tema che ogni forza riformatrice deve porre al centro delle sue priorità politiche e istituzionali. Nell’auspicio che le risorse del Recovery Fund contribuiscano a rendere finalmente efficiente la macchina giudiziaria.

Ancora una volta la Giustizia è stata la protagonista di queste settimane. Si può dire che la fine del Governo Conte bis e la mancata nascita del Conte ter siano entrambe state condizionate dal tema Giustizia. Non c’è dubbio che il Prof. Conte sia stato costretto a mettere fine al suo secondo Governo per l’esigenza di difendere il proprio Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede dalla bocciatura della sua relazione annuale in Parlamento. Forse sarà stata una mera coincidenza di tempi, o forse solo un pretesto senza il quale il premier uscente Conte si sarebbe recato ugualmente al Colle, tuttavia non si può negare che sia andata così. D’altro canto è altrettanto evidente che il tema Giustizia sia stato uno dei punti di rottura del tavolo presieduto dal Presidente della Camera Fico per tentare di far pervenire ad un accordo programmatico le forze della maggioranza uscente. Lo scontro sul blocco della prescrizione, sostenuto da M5S e osteggiato da IV, non ha trovato un compromesso nel cd lodo Orlando.

Eppure proprio la Giustizia è uno dei punti centrali su cui l’Europa ci ha richiamati rispetto all’utilizzo delle risorse del Recovery Fund, chiedendoci un progetto che preveda la velocizzazione dei tempi dei processi, a partire da quelli civili, la cui lentezza incide direttamente sulla nostra economia. Imprese che non riescono a recuperare i loro crediti in tempi ragionevoli e contenziosi commerciali infiniti penalizzano le nostre realtà produttive sottraendo loro risorse e minano la competitività del sistema economico. Una Giustizia civile lenta aumenta il costo del credito e riduce il tasso di occupazione e di partecipazione al mercato del lavoro. Ma non c’è dubbio che anche la lentezza della Giustizia penale abbia la sua incidenza sul settore economico. Mafie, corruzione ed evasione fiscale sono i principali problemi che l’Italia dovrebbe risolvere e non attraverso il solito inasprimento delle pene, che tutti tranquillizza ma che non porta ad alcun risultato efficace (se non spesso ad oggettive sproporzioni tra fatto e sanzione), ma con processi celeri e con pene adeguate, effettive ed efficaci. Tali disfunzioni non attirano gli investimenti stranieri e scoraggiano chi vorrebbe avviare attività economiche, industriali e commerciali nel nostro Paese, in particolare al Sud, dove la criminalità organizzata è ancora molto resistente.

Eppure in questi ultimi anni la riforma della Giustizia non è stata considerata forse una vera emergenza primaria. Nonostante la centralità che le inchieste giudiziarie hanno ormai da tempo assunto anche nel dibattito politico, dove l’attenzione dell’opinione pubblica viene quotidianamente catalizzata su indagini e processi (molto meno sulle assoluzioni o sui risarcimenti per ingiusta detenzione) dalla durata infinita, spesso peraltro utilizzati per mettere fuori gioco per anni questo o quell’avversario politico fino al frequente riconoscimento della sua estraneità, non viene percepita l’urgenza estrema ed impellente di mettere mano a questo settore, che rappresenta uno dei tre poteri dello Stato e che già solo per questo richiederebbe attenzione e risorse eccezionali. Nemmeno quanto emerso con il cosiddetto “caso Palamara”, che ha evidenziato uno stato di crisi profonda della Magistratura associativa e della rappresentanza interna di questo potere, ha accelerato i tempi di un intervento che invece avrebbe dovuto essere prioritario davanti a fatti tanto gravi. 

La motivazione probabilmente è da ricercare in quella ampia divergenza di visioni, interna anche all’ultima maggioranza, che non poteva consentire di lasciare alla fronda più giustizialista e filo-procure la soluzione di un problema che proprio in quell’ambito fondava parte del suo nucleo. La prima parola d’ordine anche per il Partito Democratico è stata, quindi, quella di non peggiorare la situazione esistente. Infatti il Ministro Bonafede i suoi provvedimenti peggiorativi li ha adottati sotto il precedente governo giallo/verde. Legge “Spazzacorrotti” (dichiarata incostituzionale nella sua retroattività), blocco della prescrizione, decreti (in)sicurezza e nuovi reati connessi, aumento indistinto delle pene, sono stati atti di quella maggioranza. Due erano i principi ispiratori: da un lato, un garantismo di classe, con i deboli vessati dallo Stato forte ed i potenti al riparo; dall’altro, la preminenza del potere giudiziario su quello esecutivo, reso debole e screditato. La sintesi dell’incontro di due diversi populismi.

Nel corso del Governo Conte bis, il Partito Democratico si è dovuto scontrare con l’inamovibilità del “potentissimo” Ministro Bonafede, rafforzato dalla nomina addirittura a capo delegazione nell’esecutivo dei Cinque Stelle, ed i nostri esponenti parlamentari hanno cercato in primis di bloccare e/o mitigare proposte che non solo non avrebbero migliorato la situazione, ma avrebbero scatenato la protesta di diversi operatori e delle attente categorie di settore, a partire dagli Avvocati. Attualmente le proposte di riforma dell’ordinamento penitenziario e dei processi civile e penale sono ferme nelle commissioni in attesa di conoscere chi sarà il nuovo Ministro e quale impulso il nuovo Governo vorrà dare a tali progetti. Oggi, tuttavia, volenti o nolenti, noi tecnici garantisti del diritto torniamo liberi da quella morsa che ci aveva bloccato e forse uno dei pochi vantaggi dell’avere una maggioranza così ampia a sostegno del nuovo premier in pectore potrà essere la parlamentarizzazione del dibattito sulla Giustizia, circostanza che ci permetterà di spaziare finalmente sul tema, superando barriere ideologiche e realizzando il sistema che reputiamo migliore e che tenga conto, da un lato, del rispetto delle garanzie costituzionali del giusto processo e, dall’altro, della necessità di rendere efficiente la macchina giudiziaria.

Importante sarà intanto aumentare le risorse (Recovery Fund e bilancio annuale) da investire nel settore. Negli ultimi anni l’Italia ha invertito il trend sulle spese per la Giustizia, aumentando gli investimenti di alcuni punti percentuale ed allineandosi alla linea mediana delle spese europee. Ma il nostro Paese ha un numero di Giudici professionali e Pubblici Ministeri pari a meno della metà della media europea per numero di abitanti e anche le sedi giudiziarie e le sezioni specializzate sono in numero percentuale al di sotto della media europea. Dunque, scontiamo una carenza di risorse umane e strutturali a fronte, ad esempio, di un contenzioso civile e penale che è tra i più elevati rispetto ai Paesi dell’Unione. Si tratta di una situazione che richiede, quindi, investimenti ancora maggiori per allineare il Paese ai livelli di efficienza degli altri stati dell’Unione e per recuperare un gap che non può essere colmato solo con riforme del sistema processuale. Quello della Giustizia è un tema che ogni forza riformatrice deve porre al centro delle sue priorità politiche e istituzionali, evitando che si trasformi di nuovo in tema di scontro, ma facendo sì che sia laicamente un punto di incontro dei migliori contributi tecnici, tenendo conto del nostro patrimonio culturale e delle fondamentali garanzie costituzionali del cittadino imputato.