G30, Draghi: “Debito buono e debito cattivo.”

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G30 - Mario Draghi
G30 - Mario Draghi

La crisi mondiale prodotta dalla pandemia spinge anche il neoliberismo a rivalutare l’intervento pubblico in economia.

Molto interessante quanto emerge dall’ultimo rapporto del Gruppo dei Trenta (G30), un think tank, fondato su iniziativa della Rockefeller Foundation nel 1978, che fornisce consulenze sui temi di economia internazionale e monetaria. Il G30 è formato da accademici e banchieri o ex banchieri provenienti dalle più importanti banche centrali mondiali. Tra di essi ci sono Mario Draghi, che fa parte del comitato direttivo, e Jean Claude Trichet, ex presidenti della Bce; Janet Yellen, ex presidente della banca centrale Usa, la Fed, ed ora ministro del Tesoro designato da Biden; Raghuram Rajan, ex governatore della Banca centrale dell’India, ed economisti di fama mondiale come Kenneth Rogoff, Paul Krugman e Laurence Summers.

La partecipazione di Draghi al gruppo dei 30 nel periodo in cui era presidente della Bce fu oggetto di ricorso da parte del mediatore europeo Emily O’Reilly. Una richiesta di formale sospensione al fine di tutelarne la reputazione e prevenirne possibili conflitti d’interesse. Ai tavoli dell’associazione si riuniscono alcuni degli attori più importanti sia pubblici che privati del sistema bancario internazionale. Il confronto avviene a porte chiuse e senza documentazione pubblica. Nella segnalazione veniva contestato il fatto che nei gruppi di lavoro partecipavano alti funzionari della Bce con i vertici di banche ed imprese sottoposte alla vigilanza della banca centrale: UPS, JP Morgan, Credit Suisse, Barclays e Goldman Sachs. Il ricorso del mediatore europeo fu però respinto dal Parlamento europeo.

La situazione economica attuale è descritta dal G30 come una delle più difficili di sempre. Durante la presentazione del rapporto, Draghi ha affermato che “stiamo entrando in un’era nella quale saranno necessarie scelte che potrebbero cambiare profondamente le economie”. La crisi determina “l’esistenza di masse di imprese zombie”. La domanda più importante è: “Chi dovrà decide quali imprese salvare?” La scarsità delle risorse disponibili, anche a causa dell’aumentato debito pubblico, rende necessario un approccio selettivo per scegliere chi è meritevole di essere salvato e chi no. Ma il rapporto del G30 è molto chiaro in proposito, non tutte le imprese vanno salvate. Chi decide quali soccorrere? In sintesi, secondo il G30, lo Stato deve intervenire solo in presenza di fallimenti del mercato. Il G30 consiglia interventi misti pubblici-privati, perché solo le banche e gli investitori “hanno l’expertise per valutare la redditività delle aziende e sicuramente subiscono minori pressioni politiche”. In altre parole, è il privato a dover decidere, perché, a differenza del potere pubblico, non deve rispondere agli elettori.

Un altro aspetto fondamentale del rapporto del G30 è il modo in cui il potere pubblico deve intervenire: non tanto attraverso prestiti bancari garantiti dallo Stato, come è stato fatto all’inizio della pandemia, quanto invece attraverso l’entrata diretta nel capitale delle aziende. La trasformazione delle garanzie pubbliche in prestiti nel capitale aziendale potrebbe essere una strada. In questo modo, si eviterebbe anche il problema dell’insolvenza delle imprese che potrebbe mettere in difficoltà le banche, già oggi piene di crediti inesigibili. Il problema della solvibilità aziendale sarebbe scaricato sullo Stato. Le politiche statali dovrebbero “richiedere anche una certa quantità di distruzione creatrice”. Questo significa che bisogna lasciar ridimensionare o chiudere le aziende non in grado di andare avanti, sopportando quindi una elevata disoccupazione. Ma sulla gestione della elevata disoccupazione non emergono grandi proposte. Questioni che verranno relegate al debito cattivo. È bene tuttavia sottolineare che se si fosse applicata la ‘distruzione creatrice’ anche nella crisi del 2008, molte delle grandi banche d’investimento che fanno parte del G30 probabilmente oggi non esisterebbero più. La crisi economica prodotta dalla pandemia spinge anche il pensatoio del neoliberismo a rivalutare l’intervento pubblico in economia, e questo di per sé è un fatto positivo, a patto che il debito buono non si limiti esclusivamente alla conservazione del capitale esistente, ma diventi anche l’occasione per stimolare la nascita e lo sviluppo di nuove imprese.