Decreti “Cura Italia” e “Liquidità”: dove sono andati a finire i soldi

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Liquidità e banche
Liquidità e banche

Mentre gran parte della liquidità con la quale la Bce ha inondato il sistema bancario è stata trattenuta dagli istituti stessi, all’orizzonte si profila la tempesta del rischio del credito che potrebbe scoppiare alla fine delle moratorie.

Secondo una stima, le banche avrebbero utilizzato soltanto un quarto delle garanzie pubbliche stabilite dai decreti “Cura Italia” (Dl n.18 del 17 marzo 2020) e “Liquidità” (Dl n.23 dell’8 aprile 2020) per concedere liquidità alle imprese, mentre i restanti tre quarti li avrebbero utilizzati per ridurre i propri rischi. Su 130 miliardi di euro di garanzie, solo una trentina sarebbero effettivamente entrati nelle casse delle aziende. È quindi vero che ad averci guadagnato sono state soprattutto le banche, ma è anche vero che quando le moratorie sui debiti verranno meno (al momento sono prolungate fino a giugno, ma ovviamente non potranno essere estese all’infinito), gli istituti bancari si troveranno ad attraversare una situazione complessa: i tassi della Bce rimangono estremamente bassi, mentre sono in crescita i crediti in default. Bisogna anche aggiungere che senza questi decreti, con tutta probabilità le banche avrebbero ridotto drasticamente i prestiti alle imprese.

Quale potrebbe essere invece il costo per lo Stato, il garante della liquidità accordata alle imprese? Alcune analisi iniziali indicavano un 5-6% del totale delle garanzie, ma alla luce dell’andamento della pandemia e delle conseguenti difficoltà per il sistema economico, la percentuale dei crediti da coprire potrebbe raddoppiare, con un costo per le casse pubbliche che si aggirerebbe sui 10-15 miliardi di euro. Le previsioni non sono serene, in quanto anche le stime della Banca d’Italia sono concordi nell’affermare che almeno un’attività su dieci non riaprirà al termine della pandemia.

Occorre in aggiunta sottolineare che non tutte le aziende riceverebbero lo stesso trattamento: alcuni settori, come la ristorazione e il turismo, sarebbero considerati ad alto rischio di insolvenza e farebbero parte di una sorta di “lista nera”: a queste realtà il credito verrebbe concesso solo a fronte di fideiussioni accessorie fino al 150% del credito stesso. Inoltre, in alcuni casi, le banche imporrebbero alle aziende di utilizzare la nuova liquidità per ripagare tutto o in parte i debiti pregressi, sempre nell’ottica di minimizzare i rischi di incappare in crediti deteriorati.

I decreti emanati dal Governo hanno certamente favorito le banche, ma il problema, come sottolineato in precedenza, si avrà quando scadranno le moratorie, il cui l’ammontare sarebbe pari a circa 300 miliardi di euro. La maggior parte degli istituti sta prendendo atto che il valore dei prestiti è sicuramente destinato a calare e ne sta rettificando l’importo nei bilanci. Un discorso a parte meritano i dividendi: le banche hanno seguito diligentemente le raccomandazioni della Bce e della Banca d’Italia di non distribuirne, andando così a rafforzare il proprio patrimonio. Nel momento in cui non ci sarà più questa limitazione, si corre il rischio concreto che agli investitori venga elargito un doppio dividendo, a valere sugli utili del 2019 e del 2020. Se ciò dovesse accadere, e non ce lo auguriamo, la solidità degli istituti verrebbe senz’altro minata a fronte di un ritorno immediato a beneficio di pochi.

A complicare il tutto è l’entrata in vigore della nuova definizione europea di default, in base alla quale sono sufficienti 90 giorni di “rosso” per essere considerati inadempienti. In questo panorama, le grandi aziende e le realtà che sono state toccate solo marginalmente dalla pandemia sembrano aver retto il colpo (anzi, in alcuni casi hanno migliorato i propri conti); chi invece è stato penalizzato dalle restrizioni dovute all’emergenza sanitaria rischia di trovarsi davanti a ulteriori porte chiuse. E questo è paradossale perché le “cure” andrebbero rivolte prima a chi versa in condizioni peggiori, e poi a tutti gli altri.