Federico Fellini, tra neo e fanta-realismo

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Federico Fellini e Giulietta Masina
Federico Fellini e Giulietta Masina

Il maestro Federico Fellini nasce a Rimini il 20 gennaio 1920, sotto il segno del Capricorno. È stato un regista, sceneggiatore, fumettista, scrittore e attore italiano. Fellini sta al cinema come Petrarca sta alla letteratura. Ha vinto 5 premi Oscar. “Il visionario è l’unico realista”, ha detto. E poi lo ha dimostrato.

L’arrivo del sonoro e la nascita di Cinecittà segnano l’inizio di una nuova fase produttiva per il cinema italiano. Siamo negli anni trenta. Ma una stagione davvero rivoluzionaria per la settima arte si compie un decennio più tardi, con la fine della seconda guerra mondiale: nasce il cinema neorealista che ottiene per tutto il periodo del dopoguerra, specialmente tra il ’43 e il ’55, un vastissimo consenso di pubblico e di critica. Sono gli anni d’oro del cinema nostrano, quelli di Luchino Visconti, Vittorio De Sica, Roberto Rossellini, Giuseppe De Santis, Pietro Germi, Alberto Lattuada, Francesco Rosi. Con gli studios temporaneamente indisponibili ai registi, occupati dagli sfollati già a partire dall’aprile del 1937, i film vengono girati principalmente in esterni, con lo sfondo di paesaggi desolati o di periferie devastate dalle bombe. Sulle strade o in location vere all’interno delle città.

Questi film parlano perlopiù della situazione economica e degli stati d’animo del dopoguerra italiano. Delle condizioni di vita e di un pensiero fisso: il desiderio di riscatto. Quel desiderio di lasciarsi il passato, la povertà, la disperazione alle spalle e di cominciare una nuova vita. La scelta dei registi cade spesso su attori non professionisti, che interpretano le classi più disagiate, per una maggiore aderenza con la realtà quotidiana.

Poi arrivarono gli anni ’50, il secondo dopoguerra. È in questo scenario che vengono alla luce le prime grandi opere di Federico Fellini. Come I vitelloni (1953), La strada (1954).

Come Le notti di Cabiria (1957).

Anna Magnani era stata scelta per il ruolo principale, una donna di strada “aggressiva e sentimentale”. Ma quando Fellini le raccontò alcuni particolari del film, come la scena in cui Cabiria, inginocchiata nel pavimento di marmo di una toilette di lusso, vede attraverso il buco della serratura l’uomo che l’aveva “rimorchiata” (un attore, molto popolare, Amedeo Nazzari, che interpreta un suo quasi omonimo Alberto Lazzari) fare l’amore con la fidanzata di turno, per poi venire liquidata la mattina dopo, la Magnani rifiutò così: “A Federì, ma ti pare che una come me si fa chiudere nel cesso da uno stronzo di attore?”. Alla fine la parte venne assegnata a Giulietta, che incantava sempre il regista con il suo estro “buffonesco e surreale”.  L’estetica del personaggio si trova in una sequenza notturna de Lo sceicco bianco (1952).  Una scena poetica e toccante è l’incontro di Cabiria con l’umile “gentiluomo del sacco”, che in silenzio porta cibo e coperte negli anfratti di Roma, le “grotte”, per aiutare la povera gente. Insomma, il mondo è pieno di ladri e di impostori, ma ci sono anche delle meravigliose eccezioni.

Alcuni dialoghi vennero affidati a Pier Paolo Pasolini, per la sua familiarità con il sottoproletariato romano dell’epoca, che firmò la sceneggiatura insieme allo stesso Fellini, a Tullio Pinelli e ad Ennio Flaiano.

Nel 1958 la pellicola ottenne tra i vari riconoscimenti l’Oscar al miglior film straniero. Ma Fellini aveva già vinto la prima statuetta con un’altra opera straordinaria, La strada.

La strada si colloca tra i primi esperimenti di alchimia del maestro: quel prodigioso incontro tra il reale e il meraviglioso, tra la magia e il quotidiano che prelude alla stralunata sognante visionarietà di uno stile inconfondibile, felliniano appunto, che gli varrà un aggettivo tutto suo.

Federico Fellini riesce a trasformare il neorealismo di allora in un una specie di realismo poetico o di iperrealismo magico. Se il paesaggio è quello di un’Italia del dopoguerra povera e non ancora affrancata dalla miseria, le figure invece sembrano scaturire da un universo parallelo, quasi fiabesco.

All’inizio, racconta il maestro “c’era solo un sentimento confuso del film, una nota sospesa che mi procurava un’indefinita malinconia, un senso di colpa diffuso come un’ombra; vago e struggente, fatto di ricordi e di presagi. Questo sentimento suggeriva con insistenza il viaggio di due creature che stanno insieme fatalmente, senza sapere perché”. Il punto di forza del film è nella rappresentazione antitetica dei due protagonisti, Gelsomina (Giulietta Masina) e Zampanò (Anthony Quinn), come mettere insieme un maciste burbero e violento e uno Charlot al femminile. La brutale realtà, nuda e cruda, contrapposta al sentimento, alla sensibilità e alla poesia. A fare da raccordo tra i due personaggi arriva Il Matto (Richard Baseheart), una figura chiave. Il Matto è un funambolo circense, creativo coraggioso e libero, in bilico tra la vita e la morte, che svela a Gelsomina il senso dell’esistenza. Nell’immaginario felliniano potrebbe nascere come simbolo dell’istinto fanciullesco, oramai perduto, che inconsciamente ci indica la retta via. E trarre ispirazione dalla Carta 0 dei Tarocchi, appunto il Matto. O dall’angelo salvifico in La vita è meravigliosa di Frank Capra, ma ridefinito in chiave psicologica. La vita di Gelsomina, la percezione di sé, cambia fatalmente da quell’incontro. I passaggi successivi saranno drammatici, ma il finale del film ci rivelerà che il Matto aveva ragione.

Gelsomina/Giulietta ha un ruolo determinante. Fellini ammette, “il film l’ho fatto perché mi sono innamorato di quella bambina-vecchina un po’ matta e un po’ santa, di quell’arruffato buffo sgraziato e tenerissimo clown che ho chiamato Gelsomina e che ancora oggi riesce a farmi ingobbire di malinconia quando sento il motivo della sua tromba”. La musica è di Nino Rota, con cui Fellini strinse un proficuo legame artistico, fatto di irrazionalità e di grande empatia.

Arriveranno altri capolavori, senza tempo, e il sodalizio con Mastroianni. I deliri onirici di 8 ½, La dolce vita, Roma, Amarcord, e altri tre premi Oscar, tra cui l’ultimo alla carriera. Ma la strada al fantarealismo era già stata brillantemente spianata.