Rifiuti: forse ci salverà lo spazio?…

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Rifiuti
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In relazione a un tema sensibile come la gestione dei rifiuti nella Regione Lazio, la politica dovrebbe assumere un ruolo di guida che esprima una visione di lungo periodo.

Le recenti vicende attinenti la complessa gestione del ciclo integrato dei rifiuti nella Regione Lazio confermano ancora una volta come la qualità dei servizi pubblici per una comunità sia l’inevitabile riflesso di quella delle sue decisioni pubbliche.

Il recente pronunciamento di un Giudice Amministrativo (TAR Lazio Ord. 706/2021 sez. I quater), che ha nominato un Commissario ad Acta per dare esecuzione ad un suo precedente provvedimento, in cui si ordinava alla Regione Lazio di individuare una adeguata rete impiantistica di smaltimento per un operatore attivo nella gestione del servizio di trattamento dei rifiuti, fa emergere con nettezza le contraddizioni di una pianificazione pubblica del tutto inadeguata a disegnare un futuro dei servizi, adatto ad intercettare le esigenze della collettività e dell’ambiente. Il Piano regionale di gestione dei rifiuti urbani, approvato dalla Regione sul finire del 2020, ha purtroppo confermato l’esistenza, ancora una volta, di un approccio velleitario alla risoluzione di problemi concreti, rispetto ai quali il sistema dei decisori pubblici – e dunque in primis la Politica – dovrebbero assumere un ruolo di guida nella capacità di esprimere e trasferire alla comunità una visione di lungo periodo ed il coraggio di scelte conseguenti.

Nel settore dei rifiuti, come purtroppo a pochi è evidente, risponde ad un’esigenza di civiltà – ancor prima che ad obiettivi derivanti dal quadro eurounitario e nazionale vigente – l’idea che la gestione del servizio debba essere orientata al fondamentale principio di chiusura del ciclo nelle condizioni di maggiore prossimità possibile al luogo in cui viene prodotto.

Complice la continua alimentazione di un immaginario collettivo per cui, una volta conferito, il rifiuto diventa “altro da noi” (proprio come accade per l’acqua, che è solo quella che sgorga dal rubinetto e non anche quella che deve essere restituita all’ambiente con gli impianti di depurazione dei reflui fognari, motivo per cui l’Italia ha da tempo il triste primato di procedure di infrazione europea), in vaste aree del nostro Paese il sistema dei decisori pubblici ha concorso ad alimentare processi di crescente deresponsabilizzazione delle comunità di riferimento, rispetto all’esigenza di accogliere l’impiantistica necessaria alla chiusura del ciclo sul proprio territorio e, ancor più, alla destinazione ad una seconda vita del rifiuto riutilizzato o riciclato.

Non si può comprendere questo diverso livello di maturità e di coscienza, che i territori del nostro Paese hanno espresso negli ultimi decenni rispetto all’impiantistica, se si scinde il fenomeno dalla qualità della classe dirigente, amministrativa e politica, che avrebbe dovuto farsi carico della responsabilità di fornire alle comunità di riferimento una visione di lungo periodo, in chiave di pianificazione e sostenibilità del servizio.

La crescente necessità di catturare un consenso di breve periodo ha alimentato (e sta alimentando, come nel caso del Piano della Regione Lazio), anziché una seria pianificazione, la scrittura di “libri dei sogni”, lasciando immaginare un mondo senza rifiuti o nel quale essi si dissolvono per qualche incantesimo, in nome del quale si deve tranquillizzare la coscienza collettiva, perché tanto in qualche modo i rifiuti andranno altrove…

Una coscienza collettiva assopita, ma che in taluni casi ha conosciuto, in un passato neanche tanto lontano, i bruschi risvegli di situazioni emergenziali che hanno radicalmente mutato il volto delle nostre amate città, come accadde a Milano e a Napoli nella metà degli anni ’90 e sul finire del primo decennio degli anni 2000, creando tuttavia le condizioni per l’innesco di cicli virtuosi nell’adozione di scelte pubbliche, come quelle che oggi fanno la profonda differenza tra la capitale economica e quella d’Italia.

Non sfugge come tutto ciò rischi di diventare un modo, tra i tanti, per alimentare ostilità identitarie (dai riflessi economici pesantissimi per le tasche dei cittadini) tra formiche e cicale. Tra chi ha accolto sul proprio territorio gli impianti, in nome di quel principio di civiltà già richiamato, e magari maturato subitaneamente in un contesto emergenziale, e chi crede ancora che i rifiuti possano essere spediti nello spazio interstellare.

La storia ci insegna che, da troppo tempo, le decisioni pubbliche nel nostro Paese soffrono di quello che alcuni esperti di scienze comportamentali chiamano “bias di conferma”, ossia la tendenza a decidere secondo informazioni che confermano la nostra posizione preferita e, dunque, a non imparare dai propri errori, innescando processi di rimozione di mero comodo. Di fronte a determinate minacce il momento più efficace per adottare le scelte più adatte è “il prima possibile”. Purtroppo, nel caso della gestione dei rifiuti nel Lazio (e quindi inestricabilmente anche a Roma), l’impressione è che tale momento sia stato già ampiamente superato.