Finanza e pandemia: tra pratiche inique e opportunità per il futuro

373
Finanza e mercati
Finanza e mercati

I soldi ci sarebbero pure, ma non arrivano a chi dovrebbero: famiglie e imprese. Le dinamiche paradossali di un sistema messo in ginocchio dalla spregiudicatezza di un certo modo di fare finanza.

di William Lucio Chioccini

Riprendiamo di seguito alcuni passaggi dell’articolo di Alessandro Messina, direttore generale di Banca Etica, pubblicato il 5 luglio 2020 su sbilanciamoci.info (link: https://sbilanciamoci.info/una-nuova-finanza-e-possibile-e-gia-esiste/)

Viviamo in un mondo pesantemente indebitato (il debito globale ammonta a circa 270 trilioni di dollari), nel quale la ricchezza è distribuita in modo estremamente disuguale. Anche se è trascorso oltre un decennio, stiamo ancora pagando le conseguenze della crisi del 2008 che ha visto, tra le sue cause principali, un modo di fare finanza a dir poco spregiudicato.

I singoli Stati hanno dovuto farsi carico del salvataggio degli enti bancari e finanziari che si erano incautamente esposti, traslando il debito dal settore privato a quello pubblico. Questo ha comportato un prosciugamento delle risorse a disposizione della collettività e ben poco è rimasto per finanziare le politiche di sostegno all’occupazione e per la mitigazione del disagio sociale.

Un’altra conseguenza devastante è stata la fortissima contrazione del credito concesso alle famiglie e alle imprese. Infatti, secondo i dati della Banca d’Italia, negli ultimi dieci anni sarebbero 260 i miliardi di euro tolti al solo settore delle PMI. Mentre le banche centrali come la BCE continuano a pompare ingenti quantità di denaro nei mercati, determinate pratiche inique della finanza non cessano di essere utilizzate: parliamo ad esempio della cosiddetta finanza “sintetica”, basata su investimenti che non hanno legami con l’economia reale; dell’automazione degli scambi (tra il 50 e il 60% delle transazioni è svolto da algoritmi che funzionano tutti in modo simile, e che ciclicamente causano instabilità nei mercati proprio per questo loro comportamento “cieco”); del credito sempre più accentrato in grossi istituti e la contemporanea e progressiva scomparsa delle banche dal territorio (a cominciare da quelli più poveri, acuendo situazioni di crisi già gravi); dei costi di gestione e di protezione dai rischi schizzati alle stelle, con conseguente aggravio di spesa sia per gli istituti sia per chi riesce a ottenere un credito; del sempre più marcato orientamento delle banche verso i servizi (assicurazioni, investimenti, ecc..) a scapito della concessione di prestiti, diventati poco convenienti per via dei tassi estremamente bassi dovuti alla politica monetaria delle banche centrali e per i rischi ancora alti di insolvenza.

In sintesi, le banche preferiscono tenersi i soldi, oppure usarli in altro modo e non immetterli in circolo a beneficio di famiglie e imprese. Senza liquidità non ci sono investimenti, non c’è occupazione, non c’è la tanto agognata transizione ecologica sulla quale siamo già in ritardo. Senza dubbio, tuttavia, le banche hanno svolto un ruolo essenziale nel contesto della crisi, acquistando i titoli di Stato dei paesi più vulnerabili (come l’Italia) e contribuendo a consolidare il sistema.

Lo Stato, l’unico attore concretamente in grado di modificare il corso di questa deriva, appare oggi impotente. Indebolito dal forte indebitamento e minato dalla potenza delle multinazionali e dei grandi fondi d’investimento, non sembra avere la cultura, la visione e la capacità di opposizione necessarie per guidare il processo verso un’economia e una società più equilibrate e giuste.

Da una parte, la pandemia di Covid-19 ha aggravato la situazione (specialmente per le fasce vulnerabili: i deboli pagano un prezzo sempre più alto, non ci stancheremo mai di ripeterlo); dall’altra sembra però offrire un’occasione unica. Lo shock che ha investito l’intera umanità potrebbe essere utilizzato come opportunità per azzerare determinate pratiche e riscrivere le regole del gioco. Lo Stato, con la propria azione politica, potrebbe riprendere a governare l’economia e la finanza: non per dirigerle o soffocarle, ma per spingerle nella direzione più appropriata.

Le attività speculative sganciate dall’economia reale avrebbero delle limitazioni chiare e una tassazione adeguata; chi invece va incontro agli interessi generali e alla stabilità del mercato senza l’assurda rincorsa al dividendo, verrebbe premiato per la sua funzione sociale; gli istituti sarebbero più solidi e più resistenti di fronte alle crisi, mentre il credito andrebbe a finanziare le iniziative di famiglie e imprese. Avrebbero finalmente un peso elementi solo apparentemente intangibili quali la competenza, la credibilità e la progettualità innovativa.

La finanza tornerebbe a fare il suo mestiere, ossia a redistribuire le risorse per una maggiore solidità del sistema; gli istituti che adottano determinate politiche volte alla mitigazione dei rischi (imponendo ad esempio un limite ai mandati dei manager, remunerazioni sobrie, trasparenza effettiva) godrebbero di agevolazioni e incentivi perché, e qui sta il punto, la loro azione favorirebbe innanzitutto la collettività e non l’interesse privato.

Se l’emergenza sanitaria deve insegnare qualcosa, questa è la necessità di un cambio netto di paradigma nelle politiche sanitarie, previdenziali e sociali, fino ad oggi oggetto di tagli e ridimensionamenti indiscriminati. La sanità deve essere valorizzata come merita, così come il sistema delle PMI le quali, in un paese come l’Italia, costituiscono l’ossatura del sistema economico. Lo Stato non solo deve incentivare processi di “inclusione finanziaria”, ma deve delimitare un’area “protetta” sottratta alle dinamiche del mercato, area che potrebbe riguardare ad esempio l’accesso all’istruzione universitaria, l’acquisto della prima casa, l’indipendenza finanziaria dei giovani dalla famiglia di origine, ecc. Questi sarebbero veri e propri diritti di cittadinanza, al di fuori del campo di gioco del mercato.

Gli strumenti per attuare questa “rivoluzione” già esistono: ad esempio le banche cooperative, nate per dare una risposta ai problemi del piccolo risparmio e dell’economia locale. Inoltre, negli ultimi anni, hanno avuto un importante sviluppo gli istituti finanziari che operano in base a obiettivi di progresso sociale e transizione ecologica. Essi sono attivi nei cinque continenti e contano 67 milioni di clienti e un attivo di oltre 200 miliardi di dollari.

La direzione è chiara, gli strumenti sono già a disposizione: tocca adesso alla politica non sprecare l’opportunità e concretizzare l’auspicio di una maggiore uguaglianza economica e sociale.