Trump, Twitter e un nuovo tentativo di impeachment: gli Usa provano a uscire dal caos

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Donald Trump
Donald Trump

Gli USA hanno una voglia disperata di lasciarsi alle spalle il caos trumpiano, ma potranno farlo solo a patto di affrontare seriamente la questione della libertà di parola e della regolamentazione dei social media. E intanto i democratici tentano nuovamente la strada dell’impeachment.

di William Lucio Chioccini

Manca poco più di una settimana al giuramento di Biden come nuovo Presidente degli Stati Uniti, e sebbene c’è chi afferma che un altro tentativo di mettere Donald Trump sotto procedura di impeachment avrà solo l’effetto di dividere ulteriormente il paese, i democratici, guidati dalla Speaker Nancy Pelosi, sembrano determinati a portare avanti l’iniziativa fin dalla prossima convocazione della Camera dei rappresentanti, prevista per lunedì 11 gennaio.

Da più parti, anche da esponenti del GOP, il Partito Repubblicano, è arrivata la richiesta di dimissioni del Presidente uscente. Se ciò non dovesse accadere – e al momento non c’è alcun segnale in tal senso – si procederà con l’impeachment. Perché i Democratici insistono tanto su questa strada, e con loro alcune personalità delle istituzioni e della società civile indipendentemente dall’appartenenza politica?

Innanzitutto, si potrebbe dire, per una questione d’immagine. Gli Stati Uniti sono decisi a reagire con forza davanti a quanto accaduto a Capitol Hill – l’incitamento di Trump a “marciare sul Congresso”, i facinorosi che dilagavano nel palazzo, l’azione della polizia che è apparsa tutt’altro che decisa a resistere alla pressione della folla – per dare una risposta di segno assolutamente diverso alla vigilia dell’inizio della nuova presidenza.

Il secondo motivo è molto più concreto. Nel caso in cui Trump venisse giudicato colpevole, infatti, oltre a essere rimosso dalla propria carica, potrebbe essere oggetto di un’interdizione dai pubblici uffici (la cosiddetta disqualification) che impedirebbe al magnate di ricandidarsi alla presidenza nel 2024, come ha lasciato intendere più di una volta.

L’ostacolo principale al disegno dei democratici è rappresentato dal fatto che al Senato occorre una maggioranza dei due terzi, e quindi il voto di una parte dei senatori repubblicani. Alcuni membri del partito conservatore hanno condannato esplicitamente l’operato di Trump, ma è più probabile che, essendo la presidenza del tycoon agli sgoccioli, i repubblicani temporeggino fino al 20 gennaio, quando Biden sarà il nuovo Presidente.

Nel frattempo, Trump è stato bandito da Twitter, la principale piattaforma attraverso la quale ha costruito la sua base di consenso. “Twittatore” compulsivo, è arrivato a pubblicare decine di messaggi al giorno, con contenuti spesso controversi. Godendo di uno status speciale in quanto Presidente degli Stati Uniti (le sue comunicazioni erano considerate di interesse pubblico), Trump ha tuttavia violato ripetutamente le regole di utilizzo del social. Solo con le elezioni di novembre scorso, Twitter ha preso dei provvedimenti, ma semplicemente limitandosi ad aggiungere un avviso ai messaggi che facevano riferimento a inesistenti brogli elettorali (numerosi tribunali sia a livello statale che federale hanno rigettato le infondate rivendicazioni di Trump).

Dopo le violenze di Capitol Hill, il profilo personale di Trump è stato sospeso, e quando ha utilizzato quello dedicato alla figura di Presidente, è stato sottoposto a una seconda sospensione. Adesso che il legame tra Trump e la sua base è stato reciso, la sua influenza sarà inevitabilmente meno efficace. Quelli di Twitter e degli altri social media appaiono tuttavia provvedimenti tardivi, una “pezza” che argina momentaneamente il problema senza offrire alcuna soluzione sostanziale.

La Storia è ricca di esempi nei quali una propaganda martellante e uno smodato spargimento di odio sono sfociati in violenze anche su larghissima scala. I social media potevano fare qualcosa di più, e soprattutto farlo prima. Mentre i mezzi di comunicazione tradizionali sono sottoposti a controlli e sanzioni, i network come Twitter e Facebook godono di uno status protetto: gli utenti sono responsabili di quanto pubblicano, la piattaforma no. È senza dubbio venuto il momento di affrontare questo nodo, tutt’ora irrisolto. Quando il suo account è stato sospeso, Trump ha evocato un attacco alla sua “freedom of speech”, la libertà di parola. Ma se le parole sono portatrici di odio, se le parole possono sfociare in violenza come abbiamo visto a Capitol Hill, non sarebbe opportuno moderarle fin da subito?

Il tema della libertà di parola e di eventuali sue limitazioni è uno degli aspetti fondanti della democrazia e perciò delicato da maneggiare. È un dibattito da riaprire e da tenere sempre aperto: difficilmente si troveranno regole valide per ogni occasione e per ogni tempo, ma sicuramente discuterne aiuterà a individuare le aree critiche sulle quali intervenire per isolare la propaganda faziosa e violenta.