La separazione delle carriere in Magistratura

514
Giustizia e Magistratura
Giustizia e Magistratura

Se si vuole davvero perseguire una riforma del processo penale in termini di efficienza, evitando al contempo la sommarietà dei giudizi, occorre perseguire principalmente due strade nell’adeguamento delle nostre norme processuali.

Accade che la requisitoria di un procuratore generale di Corte di Appello in uno dei processi più mediatici degli ultimi anni, susciti una immediata e profonda riflessione in termini di politica giudiziaria sul ruolo ormai assunto dalla pubblica accusa nel nostro rito accusatorio, sulla concreta applicazione del principio di presunzione di innocenza, sui filtri deflattivi processuali, sulla reale equidistanza del Giudice terzo da tutte le parti del processo.

Infatti, nel processo di rinvio conseguente all’annullamento della precedente sentenza di secondo grado da parte della Cassazione, il PG chiedeva l’assoluzione per un imputato dal reato di corruzione per cui lo stesso era stato sottoposto ad un anno di custodia cautelare, condannato in primo grado a cinque anni di reclusione ed a tre in appello, spiegando candidamente a tutti i Giudici e Avvocati presenti che la prima volta lui stesso, nel chiedere la condanna di quel medesimo imputato, aveva avuto sulla sua colpevolezza gli stessi dubbi poi rilevati dalla Cassazione in sede di annullamento della sentenza.

Che poi quelle stesse argomentazioni fossero state evidenziate dalla difesa di quell’imputato addirittura sei anni prima, all’inizio delle indagini preliminari, nel ricorso avverso la misura cautelare in carcere, sembra essere per tutti un particolare irrilevante, da sottacersi.

In ogni caso oggi la Magistratura requirente ha “confessato” pubblicamente che, davanti ad un dubbio, non ha chiesto l’assoluzione dell’imputato, non ha agito pro reo, ma ha perseguito nella sua richiesta di condanna, a prescindere.

Sei anni trascorsi invano, con un innocente alla sbarra e una Procura che, evidentemente, ha completamente disapplicato l’art. 358 cpp, secondo cui la pubblica accusa deve raccogliere elementi anche a favore della persona sottoposta alle indagini.

Dopo più di trenta anni dall’entrata in vigore del “Nuovo codice di procedura penale” certamente si impone una verifica delle risultanze prodotte dall’evoluzione del nostro sistema processuale.

Non c’è dubbio che la figura che più si è discostata dalle premesse postulate dal Legislatore sia stata quella del Pubblico Ministero, che, a differenza di altri ordinamenti, da noi si era voluta indipendente dal potere esecutivo, pubblica e facente parte dello stesso ordinamento del Giudice terzo, con cui condivideva il medesimo obbligo di ricercare “la verità” (almeno quella processuale) anche a favore dell’imputato. Nel nostro ordinamento PM e Giudice terzo hanno concorsi comuni, stesso CSM, stesse commissioni disciplinari, stesse compagini associative, addirittura inizialmente non erano previsti limiti nel passaggio da una funzione all’altra.

Esperimento o ingenuità iniziali, oggi la figura del Pubblico Ministero è un’accusa pura, che vuole vincere il processo, che propone appelli talvolta anche infondati o finalizzati solo a reagire ad una assoluzione (e, spesso, ad una personale sconfitta) mediatica, o, addirittura, solo per continuare a sottoporre un imputato “sicuramente colpevole ma senza prove” (come sancisce il Davigo pensiero) ad una pendenza a prescindere, dimenticando che, se è lecito che un imputato combatta sempre per la propria libertà ed innocenza, chiedendo ad un Giudice superiore il riesame della propria situazione, un’accusa pubblica non ha invece il diritto di trasformarsi in un pubblico persecutore.

C’è chi si duole e chi invece plaude a questa trasformazione, ritenendo che si sia posta fine ad una ad una vera ipocrisia giuridica.

Ma se si vuole davvero perseguire una riforma del processo penale in termini di efficienza, evitando al contempo la sommarietà dei giudizi, occorre tenere conto di questa evoluzione, perseguendo due strade nell’adeguamento delle nostre norme processuali.

In primis, rafforzare il ruolo della difesa.

È notorio, trattandosi dello Stato, che i poteri tra pubblica accusa e difesa siano impari, sia per gli strumenti a disposizione della prima (utilizzo di Forze di Polizia giudiziaria, atti a sorpresa, strumenti invasivi nella vita degli indagati, come intercettazioni o trojan, misure coercitive che determinano stati di afflizione), sia per una fase di indagini preliminari coperta dal segreto istruttorio, da cui la difesa è completamente estromessa, salvo che in segmenti di giurisdizione espressamente previsti dal codice, quale l’incidente probatorio, o negli accertamenti tecnici irripetibili, o ancora in caso di riesame delle misure cautelari, quando la Pubblica Accusa è costretta a depositare atti o documenti a sostegno della legittimità della misura.

Addirittura, con il cosiddetto “rito immediato custodiale”, l’imputato viene catapultato in dibattimento, saltando (quello che dovrebbe essere il filtro del) l’udienza preliminare, senza che la difesa abbia mai potuto far valere la propria versione dei fatti, là dove il primo atto difensivo di cui il Giudice dovrà tenere conto sarà la lista dei testi da escutere (spesso per la prima volta) nel processo.

Ma anche in sede di udienza preliminare, tanto è stata ridotta la sua funzione di filtro e deflattiva, che alla difesa resta in quella sede solo la possibilità di rivendicare la mera prova liberatoria, totale ed oggettiva, rinviando ogni altra valutazione al processo.

Anche nel giudizio abbreviato, invece di lasciare l’ultima parola in punto di prova all’imputato (dopo che la pubblica accusa ha avuto a propria disposizione di fatto esclusiva tutto il tempo delle indagini preliminari), si consente oggi al PM un termine per proporre controprove, aprendo una verifica cui non solo non si può replicare, ma che consente finanche modifiche dell’imputazione.

Poi non ci si può lamentare se gli imputati non accedono ai riti alternativi.

L’escussione a sit (NdR: sommarie informazioni testimoniali, ovvero le dichiarazioni rese in fase di indagini) dei testi in contraddittorio tra accusa  e difesa anche nel corso delle indagini preliminari (peraltro in epoca più vicina ai fatti da verificare), la partecipazione della difesa e dei suoi consulenti agli accertamenti tecnici ripetibili e irripetibili sempre in fase di indagine, l’obbligo per la Procura di assumere a sit e in contraddittorio anche i testi indicati dalla difesa (oggi questo obbligo non c’è e le richieste dei difensori vengono sistematicamente trascurate) renderebbero possibile un’istruzione pressoché completa ed anticipata del fascicolo.

Ciò consentirebbe al GUP in sede di udienza preliminare una valutazione accurata di tutti gli elementi attinenti all’imputazione formulata dalla Procura, selezionando una parte minima di processi da mandare a dibattimento con l’indicazione dei punti da approfondire (in ciò anche recependo le richieste delle parti) e risolvendo tutti gli altri fascicoli con il proscioglimento o con il probabile accesso da parte dell’imputato a riti alternativi.

La fase dibattimentale sarebbe davvero residuale. Anche la difesa, davanti ad un fascicolo quasi interamente istruito (in contraddittorio e davanti al GIP), non avrebbe remore ad accedere a soluzioni risolutive in sede di udienza preliminare.

In secondo luogo, tenere separata la Magistratura requirente da quella giudicante.

Assistiamo ogni giorno nelle aule ad equilibri processuali alterati, con Giudici che talvolta subiscono le Procure “forti”, rispetto alle quali prevale il rapporto di colleganza.

L’avere in comune gli stessi organismi interni che decidono di trasferimenti, nomine e disciplina, oltre che le aree di rappresentanza all’interno di questi stessi organi (dove spesso prevalgono esponenti delle Procure) si ripercuote sulla gestione dei processi, in particolare di quelli che hanno maggiore visibilità mediatica, come per i reati contro la PA.

Una Procura che vince è una Procura più forte, i cui componenti hanno maggior peso “politico” negli organismi interni. Le recenti intercettazioni emerse tra alcuni Magistrati sono indicative di questo sistema che coinvolge ampie frange della Magistratura associativa. 

Davanti ad un PM che deve continuare ad essere autonomo ed indipendente dal potere esecutivo, va liberato invece il Giudice terzo da condizionamenti estranei al processo e rafforzata la sua equidistanza dall’accusa e dalle altre parti processuali.

Pende tuttora in Parlamento la proposta di legge di iniziativa popolare in punto di separazione delle carriere tra Giudici e PM, promossa anche dall’Unione delle Camere penali e sostenuta da più di 60 mila firme. Nulla a che vedere con le iniziative di berlusconiana memoria che volevano neutralizzare le Procure, assoggettandole al potere esecutivo e al Ministro del momento, questa proposta vuole invece rendere più effettivo l’art. 111 Cost. e il principio della terzietà del Giudice.

Tuttavia questa proposta di riforma oggi non è sostenuta proprio da quelle forze che dovrebbero essere di matrice più popolare.

Primi tra tutti i Cinque Stelle, che, con una evidente contraddizione, rivendicano la democrazia diretta e “l’uno vale uno”, ma hanno dapprima indotto la maggioranza di governo a votare una irragionevole riduzione dei Parlamentari e della rappresentanza di territori ed ora, pur appellandosi all’interesse del popolo, disdegnano un progetto di riforma del processo sostenuto con le firme dei cittadini.

D’altro canto il Pd è necessario che ritrovi al suo interno quelle ragioni che fanno sì che le garanzie di difesa dei cittadini e i loro diritti tornino ad essere una “cosa di sinistra” e non vengano lasciati come patrimonio esclusivo di altre formazioni garantiste a corrente alternata.

Se è vero che nell’attuale compagine governativa questa proposta non troverebbe spazio, è altrettanto vero che un partito deve elaborare posizioni proprie per costruire anche su questo tema la propria identità.  

Ma nel Partito Democratico ancora oggi convivono due anime: una più garantista, che in questi anni ha compiuto un lungo percorso, anche alla luce delle risultanze di numerose inchieste cosiddette politiche e di altrettanto numerose assoluzioni, dopo anni di vite e carriere devastate, che ha una visione della Giustizia come servizio al cittadino e tutela dei diritti e delle garanzie, che distingue tra indagini preliminari e processo, tra tesi dell’accusa e sentenza, che considera la custodia cautelare un’eccezione (come avvenuto con la legge 54 del 2015 del Ministro Andrea Orlando), che comprende la fondamentale difesa del principio della separazione tra i poteri dello Stato; un’altra più forcaiola (che in genere si autoappella “legalitaria”, come se gli altri fossero contrari al rispetto della legge), che plaude davanti agli arresti, strumentalizza carte di inchieste, che affida la soluzione di problemi anche amministrativi o tecnico-politici esclusivamente all’intervento della magistratura, che rifugge da un concetto di diritto penale minimo, che stigmatizza il ruolo della difesa, attribuendole la responsabilità delle distorsioni del nostro sistema processuale, fino a negare l’utilità dei tre gradi di impugnazione o a chiedere di “buttare la chiave” davanti ai colpevoli di reati più gravi, come se il dibattito sull’abolizione dell’ergastolo degli anni passati o l’introduzione dell’Ordinamento Penitenziario negli anni ‘70 non facessero parte della nostra migliore cultura giuridica di sinistra. Salvo poi abdicare da queste posizioni non appena capiti ad uno di loro di essere indagato, di doversi confrontare con questo sistema e doversi affidare all’avvocato di fiducia che darà voce al suo legittimo grido di innocenza.

Un po’ come i negazionisti con il Covid.

Su questa base è difficile oggi costruire una posizione unitaria del partito sulla Giustizia e gli sforzi che i nostri Parlamentari stanno facendo per fronteggiare i ripetuti no del ministro Bonafede (come sulle carceri e sulla tutela dei detenuti in questa emergenza pandemica) o per mitigare le spinte reazionarie dei Cinque Stelle sulle riforme del processo, non sono supportate da una spinta interna forte ed unitaria.

L’unica prospettiva percorribile per evitare riforme schizofreniche, oltre che una politicizzazione di temi giuridici squisitamente tecnici e che affondano i loro precedenti in elaborazioni dottrinali ed evoluzioni normative a volte secolari e di cui spesso si fa scempio, sarebbe quella di far crescere su questi temi all’interno dell’arco costituzionale una forza trasversale e garantista, che sottragga la materia a posizioni ideologiche, a volte indicative anche di una ignoranza tecnica di fondo, e che recuperi un dibattito parlamentare  ampio e laico, che tenga conto di conquiste di civiltà acquisite (come il divieto di reformatio in peius o i ragionevoli limiti prescrizionali dei reati, o ancora i benefici delle misure alternative alle pene detentive) e lavori per ottenere un sistema più efficiente, senza tagli di accetta o compressioni di diritti e garanzie.

Compito di un partito di sinistra dovrebbe essere, anche sul tema Giustizia, quello di frenare le involuzioni culturali del momento e di porsi come promotore di una ritrovata sensibilità tecnica e intellettuale.