La “vicenda Palamara”

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Luca Palamara
Luca Palamara

La “vicenda Palamara” può essere utile per tornare a parlare seriamente di giustizia in Italia.

La “vicenda Palamara”, al di là del suo squallore, con il processo che si terrà a Perugia, può essere utile come contributo per parlare seriamente di giustizia in Italia. Certo, siamo la patria del diritto, non temiamo confronti con tantissimi altri Stati, con quasi tutti, e possiamo essere fieri del nostro sistema. Esso è ispirato e si basa su principi che si rifanno ai valori della tutela del cittadino e sulle sue garanzie.

Abbiamo studiato il diritto romano, quello costituzionale, l’amministrativo, il civile, il penale, le relative procedure, quello contabile, siamo un Paese figlio della Rivoluzione Francese, dei suoi principi, abbiamo alle spalle il Risorgimento, la resistenza antifascista, la Costituzione repubblicana. Siamo una Repubblica Parlamentare. Non ci misuriamo con quei Paesi che non conoscono o imparano soltanto ora a conoscere la democrazia. Questi Paesi sono presenti in Asia, in Africa, in sud America e qualcuno perfino in Europa.

Il patteggiamento praticato negli Stati Uniti non solo sull’entità della pena, ma addirittura sulla natura del reato, per noi è inconcepibile, è assurdo, fa paura. L’avvocatura in quel Paese è pagata sostanzialmente a ore e in modo esoso. È assurdo! Immaginiamo come possa funzionare quel sistema difensivo per la popolazione più povera del Paese, per i neri, per gli immigrati.

Noi abbiamo tre gradi di giudizio, la separazione dei poteri, l’indipendenza della magistratura, il suo autogoverno, il Consiglio Superiore della magistratura presieduto dal Capo dello Stato. Abbiamo un sistema carcerario finalizzato non solo a punire ma nel contempo a educare alla legalità, pensiamo all’ampio impegno attivo nelle carceri del volontariato laico e religioso, di tutte le religioni. Non c’è pena di morte, non c’è tortura.

Il diritto alla difesa è sempre garantito, la presunzione di non colpevolezza fino alla pena definitiva è un principio costituzionale assoluto. Purtroppo abbiamo ancora l’ergastolo, il “fine pena mai”, che ci viene criticato dall’Europa e che andrebbe abolito. Considerato tutto questo, di cosa dovremmo lamentarci? La realtà talvolta, se non spesso, è purtroppo diversa.

Nella “vicenda Palamara” ci è capitato di apprendere la contrattazione di incarichi giudiziari in sede CSM e fuori di esso, tra le correnti della magistratura e anche con personalità politiche. Abbiamo visto compensazioni interne alle correnti e tra esse per la copertura, l’attribuzione di direzioni presso sedi giudiziarie importanti. È indubbio, da tutto questo la magistratura ne esce male, la fiducia dei cittadini in essa ovviamente si indebolisce.

D’altra parte, lo stesso sistema politico non può ergersi a giudice neutrale e vigile sul funzionamento della giustizia. È noto che la magistratura e le sue sentenze sono spesso state strattonate, o anche interpretate secondo convenienze politiche del momento. Lo stesso PD, nella sua storia, è stato talvolta garantista, giustizialista in altre occasioni, ignorando che il sistema è e deve essere sempre garantista.

Questo nulla toglie al fatto che i magistrati possano avere sensibilità politiche diverse, questa è ormai una polemica archiviata da tempo. Ci sono magistrati progressisti, altri moderati, altri conservatori, è normale. Le stesse loro origini sociali, gli ambienti, gli studi, tanto può concorrere a formare il loro orientamento, diciamo così, politico.

Un altro punto contestato è l’impossibilità da parte del magistrato di iscriversi a un partito. Ma importante davvero è la qualità delle loro decisioni, la loro fondatezza, le loro motivazioni. Un errore giudiziario può starci, il sistema dovrebbe garantirne la correzione con la triplicità del giudizio.

Ma il dolore che produce un errore o anche una misura cautelare, nelle persone, nelle famiglie è sempre dolorosa, lo stigma sociale che ne deriva, la privazione della libertà, il bene più prezioso per una persona, l’offesa alla dignità: basta la triplicità del giudizio per risarcirlo? Determinate misure cautelari sarebbero state comminate allo scopo di ricevere confessioni ritenute necessarie per un processo correlato. Questo rasenterebbe la tortura!

E poi, si pensi alla sudditanza, talvolta complicità corriva, della stampa e delle TV a quel sistema aberrante, che da un po’ di anni si è consolidato, di spettacolarizzazione di taluni processi che condanna a priori l’ipotetico “mostro”, giovando spesso a carriere giornalistiche e non solo, ma arrecando danni immensi alle persone coinvolte.

Pensiamo a quella vicenda che è stata immediatamente appellata “mafia capitale” risolta con la recente sentenza della Cassazione che ha negato la mafiosità, ancora non conclusa per la definizione delle pene che derivano dalla corruzione. Quali conseguenze, quali danni ha arrecato alle persone coinvolte, a Roma, all’Italia! Quali conseguenze politiche e amministrative per la città?

Un sistema corruttivo, direi anche concussivo, in cui la cooperazione sociale è stata a un tempo vittima e artefice, suicidandosi, che ha squassato il sistema politico romano e ha portato a Roma un’amministrazione comunale indefinibile. Ha inoltre messo all’angolo il PD e nello stesso PD è partita una lotta di potere contro i gruppi sani di quel partito ponendo così da parte le sue forze migliori. Pensiamo all’azione distruttiva del suo vertice di allora, diretto da Renzi e Orfini. Per giungere alla Cassazione c’è voluto del tempo, tanto tempo e tanta sofferenza politica e umana. È ancora indimenticabile la sentenza della Corte di Appello di Roma che aveva deciso che la corruzione nella pubblica amministrazione è sempre uguale a mafia! Da qui condanne mostruose, 41bis, alta sicurezza, carcere anche per innocenti. Persone distrutte, famiglie nel dolore e in tutto questo la stampa silente o complice, talvolta perfino esultante.

La foto di una normale assemblea nella sede della cooperativa “29 giugno”, presenti organizzazioni delle cooperative sociali e personalità invitate della cooperazione e della politica, fa il giro d’Italia, perfino oggi viene ancora trasmessa in TV. Non si risparmiò lo scrittore Saviano che scrisse su Repubblica in prima pagina che l’allora ministro Poletti, per aver partecipato a quella riunione da dirigente della cooperazione, si doveva dimettere. Una vergogna.

Allora mi domando: se ci fosse stata la separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante sarebbe accaduto tutto questo? Questo dramma? Penso di no. Lo stesso vale per tanti altri processi. In realtà il processo penale, malgrado vari accorgimenti correttivi, è rimasto sostanzialmente inquisitorio, un retaggio dei codici fascisti; non è diventato come dovrebbe essere davvero, accusatorio, un processo in cui il giudice è davvero titolare di una terzietà a garanzia dei cittadini e della verità.

Un esempio, anche se è una nota marginale: il PM è giudice sull’ammissibilità di denunce o querele contro la stampa e le sue possibili calunnie, potendo scegliere di negarne l’ammissibilità senza possibilità di modifica di tale decisione. Voglio ricordare che a sostegno della divisione dei ruoli e funzioni tra magistratura giudicante e inquirente basterebbero le parole che disse in proposito il grande giurista Pietro Calamandrei.

Oggi il merito di questo impegno va all’Unione delle Camere Penali che ha raccolto decine di migliaia di adesioni, circa 73.000 firmatari in calce a una proposta di legge che sancisce la divisione dei ruoli e delle carriere. Non sarà facile avere ascolto in questo Parlamento ma è giusto insistere. Penso che anche gli incarichi stragiudiziali che i magistrati assumono, facilmente autorizzati, dovrebbero essere drasticamente ridotti. Si riesce a spiegare perché, ad esempio, i vertici del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, senza una norma che lo obblighi, vengono sempre affidati a magistrati e non a dirigenti dello stesso Dipartimento sicuramente più competenti?

Per questo, senza alcuna sua sopravvalutazione, il processo di Perugia a Palamara che si terrà tra breve può fornire un’occasione per avviare un dibattito, soprattutto tra le forze politiche, che porti subito alla riforma del CSM e spero anche della giustizia, piegando le resistenze conservatrici che ci sono, molto forti, superando anche l’orientamento già espresso dal Ministro Bonafede.

Anche su questo si misurerà il grado di modernità dei partiti al governo e non solo di essi.