Il potere, i profitti e la pandemia – Rapporto OXFAM settembre 2020

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Foto OXFAM
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Mentre le fasce più deboli della società pagano un prezzo altissimo a causa della pandemia, le multinazionali e le grandi corporazioni hanno moltiplicato i profitti. Per scaricare il rapporto di OXFAM, clicca qui.

di William Lucio Chioccini

Oltre un milione di morti (NdR: al 19 gennaio 2021 i decessi hanno superato i due milioni), 400 milioni posti di lavoro persi (in particolare dalle donne, dalle minoranze etniche e dai lavoratori dei paesi in via di sviluppo), fino a mezzo miliardo di persone a rischio povertà: è questo, finora, il prezzo della pandemia di Covid-19.

E mentre uno tsunami si abbatte sui lavoratori e sulle piccole e medie imprese di tutto il mondo, un buon numero di multinazionali ha trovato non solo il modo di mettersi al riparo dal disastro, ma addirittura di realizzare dei profitti.

Dal punto di vista delle grandi compagnie, gli ultimi dieci anni sono stati tra i più redditizi di sempre, e molte avrebbero dovuto avere in cassa risorse sufficienti a far fronte alla pandemia. Le 500 aziende più importanti elencate dalla rivista Fortune hanno aumentato i profitti del 156%, da 820 a 2.100 miliardi di dollari. Tuttavia, numerose tra queste aziende si sono trovate impreparate quando il Covid-19 ha colpito.

Che fine ha fatto questa mole immensa di utili? Di certo non sono stati utilizzati per migliorare le condizioni dei lavoratori o per aumentare gli stipendi. Non sono neanche finiti nelle casse dei rispettivi Stati sotto la forma di imposte, attraverso cui avrebbero potuto essere investiti in infrastrutture sanitarie e nella protezione e formazione del personale medico.

Se fossero stati utilizzati in questo modo, nel rafforzamento delle aziende e della sanità, i singoli Paesi sarebbero stati in grado di resistere più efficacemente all’impatto del Covid-19. Perché ciò non è avvenuto? Per un motivo molto semplice: la filosofia che guida le decisioni delle grandi compagnie è una sola, riassumibile nel diktat “prima gli azionisti”.

E così è accaduto che, tra il 2009 e il 2019, le multinazionali presenti nel S&P 500 Index abbiano elargito 9.100 miliardi di dollari in dividendi, in pratica oltre il 90% dei profitti realizzati. Durante alcuni anni, questa percentuale è stata addirittura superiore al 100%: le aziende non solo hanno distribuito tutti gli utili, ma si sono indebitate e hanno depauperato le proprie riserve per dispensare agli investitori cifre ancora maggiori. Infatti, il debito totale delle compagnie del S&P 500 Index è quasi raddoppiato dal 2015.

Questa prassi ha reso necessario, ad esempio, il salvataggio del trasporto aereo degli Stati Uniti per mezzo dell’erogazione di 50 miliardi di dollari di aiuti pubblici, quando negli anni immediatamente precedenti, le compagnie del settore hanno ripartito dividendi per un ammontare equivalente. Le casse svuotate a beneficio degli azionisti sono state riempite dal governo utilizzando le tasse dei cittadini. È quindi evidente che qualcuno, già estremamente ricco, ha guadagnato ulteriore denaro, e qualcuno, la collettività, ha perduto una somma ingente che poteva essere investita, come già evidenziato, nella sanità e nella protezione dei lavoratori.

Questo trend, ormai radicato nelle economie più avanzate del Nord America e dell’Europa, si è purtroppo affermato anche nei paesi in via di sviluppo. Ad esempio, in Brasile, gli azionisti non pagano alcuna imposta sui dividendi a partire dal 1995.

Con l’inizio della pandemia, si potrebbe presupporre che le cose siano cambiate. Che le compagnie abbiano ridotto la distribuzione dei dividendi per spostare le risorse sulle misure per prevenire e minimizzare l’impatto del Covid-19. Neanche per sogno. Nel primo quarto del 2020, quindi in un periodo in cui era già chiara ed evidente l’emergenza sanitaria, la distribuzione di dividendi a livello globale è aumentata del 3,6% per circa 275 miliardi di dollari. Questa pratica è trasversale rispetto ai vari settori, interessa le grandi compagnie della tecnologia, dell’auto, del petrolio, della chimica, della medicina (comprese le aziende che stanno sviluppando il vaccino per il Covid-19: da una parte esse si mostrano impegnate nella lotta alla pandemia, ricevendo ingenti aiuti pubblici, dall’altra dispensano cifre mostruose agli azionisti).

Alcuni governi, come quello degli Stati Uniti e della Francia, hanno imposto delle limitazioni alle compagnie che beneficiano di fondi pubblici. Pur essendo un’iniziativa confortante in vista di una regolamentazione più attenta del fenomeno, resta un atto insufficiente in quanto limitato al periodo di emergenza. Secondo alcune analisi, quando questo terminerà, le aziende torneranno al modus operandi di prima, forse addirittura in scala maggiore.

L’andamento dei mercati azionari conferma quanto evidenziato, ossia che per molte aziende la pandemia è stata un’occasione di guadagno. Mentre in corrispondenza del picco primaverile dei contagi le borse di tutto il mondo hanno sofferto, successivamente si sono riprese, riguadagnando non solo il terreno perduto, ma andando oltre: le 100 aziende quotate di maggior successo hanno aggiunto al proprio valore di mercato la bellezza di 3.000 miliardi di dollari. Niente male, in un periodo che ha visto la crisi di moltissime PMI e la perdita di milioni di posti di lavoro.

Molte grandi compagnie rivendicano il proprio ruolo nella beneficienza, ma, considerando da una parte i profitti e dall’altra le donazioni, sarebbe più corretto parlare di elemosina. Si stima che nel 2017, nei soli Stati Uniti, le grandi aziende abbiano avuto la possibilità di versare 135 miliardi di dollari in meno rispetto a quanto sarebbe stato equo (lo sconsiderato taglio dell’aliquota dal 35% al 21% è stato realizzato dall’amministrazione Trump). A fronte di questo risparmio, hanno donato circa 20 miliardi di dollari: una bella asimmetria. E per l’emergenza Covid-19? Appena una media dello 0,32% del reddito operativo del 2019. Un contributo a dir poco inadeguato in confronto agli utili realizzati e alle dimensioni delle multinazionali.

Non è un segreto che queste aziende mettano i profitti davanti alle persone. Gli azionisti hanno continuato a ricevere dividendi nonostante fosse già cominciata l’emergenza sanitaria e fosse dunque prevedibile un sensibile rallentamento degli affari. Intanto milioni di lavoratori perdevano il posto e a coloro che lo mantenevano non venivano garantite le misure di protezione contro il contagio. Ciò è stato facilitato anche dalla struttura della filiera dei fornitori, frammentata e senza controlli. Quante grandi aziende appaltano la produzione in paesi dove la manodopera costa pochissimo, dove sono praticamente assenti i sindacati e dove spesso non vengono rispettati neanche i più basilari diritti dei lavoratori? Alcuni grandi marchi di abbigliamento, visti i lockdown e la chiusura dei punti vendita, non hanno esitato a cancellare ordini già fatti, mettendo in crisi i produttori delocalizzati nei paesi in via di sviluppo: le conseguenze sono state impianti fermi e licenziamenti in massa. Questo non è avvenuto in tutte le situazioni: alcuni brand hanno accettato di pagare gli ordini completati o ancora in produzione, segno che una politica d’azienda volta più alla tutela dei lavoratori che ai profitti è possibile.

La strategia delle grandi compagnie passa anche attraverso una pressante attività di lobbying. Negli Stati Uniti, milioni di dollari sono stati spesi per far sì che determinate misure di mitigazione per il Covid-19 volgessero in favore delle grandi aziende. Fabbriche e siti produttivi, ad esempio, hanno potuto evitare la chiusura nonostante non fossero in grado di garantire la salute dei lavoratori; in alcuni casi, le società hanno goduto di immunità contro le possibili cause per la mancata prevenzione del contagio. Inoltre, hanno beneficiato di ulteriori tagli delle tasse e di una maggiore flessibilità riguardo all’applicazione delle leggi ambientali. Il potere e il denaro che le multinazionali sono in grado di mettere in campo rappresentano in molti casi un pericolo per la democrazia. Le attività di lobbying, i contributi a volte molto ingenti dati alle singole personalità politiche per le campagne elettorali o in generale ai partiti, rendono le istituzioni deboli e vulnerabili.

Il rischio è ancora più acuto nelle situazioni d’emergenza: l’indebitamento degli Stati aumenta, l’economia precipita, entrano meno tasse, la popolazione è scontenta per il lavoro che manca e per le misure restrittive. In questo quadro, la pandemia potrebbe non essere una parentesi. Potrebbe rappresentare un cambiamento definitivo che schiude le porte a una società in cui le disuguaglianze sono ancora maggiori, con il potere economico accentrato nelle mani di pochi, ricchissimi investitori e una marea di PMI e autonomi in crisi o in fallimento e milioni di lavoratori disoccupati.

Circa il 70% del tessuto economico mondiale è rappresentato proprio dalle PMI e dagli autonomi, che sono risultati le realtà più duramente colpite dal Covid-19: essendo più piccole, dispongono generalmente di meno cassa e di un accesso al credito assai più ristretto. Inoltre, per la maggior parte, operano in settori particolarmente esposti (ad esempio quello della ristorazione). Nonostante la situazione, i governi tendono a salvare prima le grandi aziende, e questo anche grazie all’enorme influenza politica che esse sono in grado di esercitare.

Un’altra debolezza degli Stati è rappresentata dall’accrescimento del debito pubblico. In alcuni casi, gli Stati sono obbligati a versare più denaro per gli interessi che per i settori della sanità e dell’istruzione messi insieme. I governi si trovano stretti tra la necessità di rilanciare l’economia (ed evitare il rischio di nuove politiche di austerity) e di limitare l’impatto del Covid-19, in un contesto economico difficile con il debito ingigantito e un minore gettito fiscale. In alcuni paesi come l’India, il settore privato sta approfittando di questo scenario negativo per le istituzioni e sta attivamente sostituendo gli organismi pubblici grazie a programmi intensivi di privatizzazioni.

Tra i soggetti più deboli e a rischio, saranno le donne a pagare il prezzo più alto. Le statistiche evidenziano come le lavoratrici abbiano perso l’impego a un ritmo superiore rispetto ai colleghi uomini; inoltre, quasi sempre, la cura dei bambini, degli anziani e della casa ricade su di loro. Alcune analisi affermano che questa situazione tenderà a non essere temporanea: una volta fuori dal mercato del lavoro, molte donne rimarranno senza opportunità d’impiego. Il passo indietro nella lotta per la parità di genere potrebbe essere dunque considerevole.

Da una parte, la pandemia rappresenta forse la crisi globale più grave dalla Seconda Guerra Mondiale, dall’altra costituisce tuttavia un’occasione irrinunciabile per cambiare questo sistema economico che evidentemente non funziona. Occorre costruire un modello più equilibrato e sostenibile, nel quale vengano ridotte il più possibile le disuguaglianze e che preveda per lo Stato un ruolo più attivo di leadership economica, capace di dare risposte concrete alle vere necessità della società: lotta alle disparità, un sistema sanitario universale, maggiori diritti e poteri ai lavoratori, cambio radicale di passo nel contrasto al cambiamento climatico. Quando l’emergenza sarà sotto controllo, potremo riprendere come prima, oppure potremo finalmente prendere atto che il destino dell’umanità ormai è un destino comune a livello globale e che è finito il tempo del “tutto è permesso in nome del profitto”.

Le raccomandazioni di Oxfam riguardano varie aree. Una prima proposta è quella di istituire una “Covid-19 Tax” specificatamente per far fronte alle conseguenze della pandemia. Questo contributo riguarderebbe i profitti eccessivi realizzati dalle multinazionali con i metodi che abbiamo visto (ingiustificati vantaggi fiscali, attività aggressiva di lobbying, ecc…) e servirebbe a finanziare la risposta all’emergenza sanitaria. Applicando il contributo solamente alle 32 compagnie più redditizie, si avrebbero circa 100 miliardi di dollari da impiegare per l’esecuzione dei test e dei tamponi, la distribuzione a livello globale del vaccino anti-covid e per il consolidamento dei sistemi sanitari nazionali di tutti i paesi del mondo.

Inoltre, sarebbe opportuno legare le somme che vengono erogate alle aziende a determinate condizioni: priorità alle PMI e ai lavoratori autonomi; priorità al pagamento degli stipendi e alle misure protettive del lavoro; conferma degli ordini per salvaguardare la filiera dei fornitori; sospensione della distribuzione dei dividendi; in aggiunta, per le grandi compagnie, i finanziamenti non sarebbero a fondo perduto ma prestiti da restituire oppure che prevedano come corrispettivo una qualche partecipazione dello Stato nell’azienda; infine, il divieto di erogazione dei fondi alle compagnie altamente inquinanti (ad esempio quelle petrolifere).

Sembrano iniziative radicali, ma, se l’obiettivo è salvaguardare la salute delle persone e del pianeta, non possiamo più permetterci di essere acquiescenti nei confronti di un modello economico che favorisce le diseguaglianze e mette a repentaglio l’ambiente. Secondo Oxfam, quindi, occorre muoversi lungo quattro direttrici:

  • Ripensare il “perché” del business: non più orientato solamente al profitto, ma principalmente a un interesse pubblico, di comunità;
  • Mettere prima le persone, poi il profitto: salari e condizioni di lavoro adeguati, coinvolgimento e maggior peso dei sindacati, rispetto dei diritti umani e dei trattati internazionali, protezione dei diritti della donna e delle minoranze, sistema di protezione sociale universale;
  • Disciplinare la gestione dei profitti: distribuzione dei dividendi solo dopo il versamento degli stipendi, delle imposte e di qualsiasi altro obbligo di legge e contrattuale; tasse appropriate in base al volume dei guadagni; limite ai compensi dei manager; strumenti di partecipazione dei lavoratori alla direzione dell’impresa;
  • Riformare la governance dell’azienda: massima trasparenza riguardo ai compensi degli amministratori, agli eventuali rischi di salute e/o ambientali che potrebbero correre i lavoratori, pubblicazione dei documenti fiscali dai quali sia evidente quante tasse sono state pagate, pubblicazione della cosiddetta “carbon footprint” della società, ossia l’impatto in termini di emissioni ambientali, maggiore diffusione e maggior rispetto della contrattazione collettiva, protezione della donna e delle minoranze, limitazioni all’influenza politica esercitabile da parte dell’azienda.

In conclusione, è auspicabile che da questa tragedia, la pandemia, nasca una nuova società basata su un modello economico diverso, con meno disuguaglianze e con priorità ai lavoratori, alle comunità e all’ambiente. Al contrario, il capitalismo liberista crea un’insopportabile disparità, rende il sistema economico (e di riflesso la società) più fragile e più vulnerabile alle crisi ed è totalmente insostenibile sotto il profilo ambientale. Gli unici a beneficiarne sono pochi individui (per la maggior parte uomini bianchi occidentali) già estremamente facoltosi e potenti, un gruppo ristrettissimo a fronte di miliardi di persone che in molti casi non godono nemmeno dei diritti più basilari.