Il Futuro dei Festival (Cinema e oltre…)

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Mostra del Cinema di Venezia
Mostra del Cinema di Venezia

Le grandi kermesse cinematografiche sono semplici schermi a cui basta ridurre le dimensioni, per adattarle, ad esempio, a quelle dei computer o dei telefonini dei singoli accreditati? O luoghi virtual-televisivi, senza applausi, senz’anima e senz’anime? Cos’è un festival digitale?

di Valeria Allegritti

Aveva ragione Thierry Frémaux. Il direttore del Festival di Cannes, il più importante festival di cinema al mondo, che aveva dichiarato in una intervista a Le Figaro: “Cannes est une fête, un rassemblement, un jugement collectif, un impact. Des projections, des hourras, des sifflets, etc. Quand un film est montré sur la Croisette, il est acclamé, il est récompensé, il est vendu, acheté, distribué” (Cannes è una festa, Cannes è assembramento, giudizio collettivo, impatto. Proiezioni, ovazioni e fischi. Quando un film viene presentato sulla Croisette, viene acclamato e ricompensato, venduto, acquistato e distribuito). E c’era da aspettarselo da colui che per primo pose il veto ai film prodotti da Netflix, così come ai selfie sul red carpet.

Cannes non può diventare un festival online.

Le parole riecheggiano su quelle del direttore Paolo Barbera: “Il Festival del Cinema di Venezia non può essere sostituito da un evento digitale”.

Le grandi kermesse cinematografiche sono semplici schermi a cui basta ridurre le dimensioni, per adattarle, ad esempio, a quelle dei computer o dei telefonini dei singoli accreditati? O luoghi virtual-televisivi, senza applausi, senz’anima e senz’anime? Cos’è un festival digitale, se non un ossimoro?

D’altro canto, Cannes non ha potuto svolgersi regolarmente come tutti gli anni.

Invece, Venezia a fine estate ha voluto provarci. L’edizione 2020 ha avuto luogo e ha avuto un luogo, dal 2 al 12 settembre, andando incontro a non poche difficoltà organizzative. Venezia 77 è stata una scommessa, comunque riuscita. La giuria internazionale del concorso, presieduta dall’attrice australiana Cate Blanchett, ha assegnato il Leone d’Oro Miglior Film allo statunitense Nomadland di Chloé Zhao.

L’arte, tutta, può essere solo in presenza. Ha bisogno di manifestarsi e di farlo pubblicamente, dal vivo, ha bisogno di sentire un pubblico. Ed è il motivo per cui negli studi televisivi un pubblico c’è sempre. Il senso dei festival è nelle masse che li popolano, che qui si trovano e si ritrovano, che insieme guardano anteprime o film d’autore e che spesso riescono a toccarne i protagonisti, gli autori, i produttori o i realisateur, seduti in sala nelle file più anonime o nelle file istituzionali. Nei red carpet. Nei villaggi del cinema dove gli addetti ai lavori o i professionisti del settore discutono e si confrontano. Nella condivisione. Nella partecipazione popolare, che genera energie e sinergie.

La pandemia e la chiusura globale hanno inevitabilmente accelerato i nuovi processi di fruizione quotidiana dell’audiovisivo. Ma i festival possono essere solo luoghi. Persino la realtà virtuale pretende un festival, reclama un luogo, richiede uno spazio fisico. Queste sperimentazioni online saranno utili per fronteggiare l’emergenza che stiamo vivendo ma poi si dovrà tornare lì, sul Lido o sulla Croisette, o alla Festa del Cinema di Roma, per rivivere l’esperienza dei film sul grande schermo ed emozionarci insieme.

Cinecittà punta ancora sul Cinema, e lancia un nuovo progetto: l’hub europeo dell’audiovisivo. Una “Hollywood europea”, ha dichiarato il Ministro Franceschini, che raddoppierebbe i suoi spazi, sia fisici che virtuali, grazie al nuovo partner industriale Cassa Depositi e Prestiti.

C’è ancora speranza per questo paese, per l’arte.

Il lockdown ci ha costretto a interrogarci sul futuro della settima arte, e del mercato del cinema. Sul futuro dei festival cinematografici, e su possibili forme miste di fruizione, cercando di immaginare scenari futuribili. Se le sale si svuotano da anni, i Festival al contrario si popolano, e non si fermano neanche con una pandemia in corso, perché prevale quella voglia, da parte sia di pubblico e di critica che di istituzioni, di sentirsi parte di un processo presente e vivo. Perché “la felicità è vera, solo se condivisa”.