Democrazia e pena

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Aula di Giustizia
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La pena si muove e oscilla tra un’esigenza postuma di giustizia e una sete, un bisogno di vendetta.

di Luigi Cavarocchi

La pena si muove e oscilla tra un’esigenza postuma di giustizia e una sete, un bisogno di vendetta. Chi magistralmente frequenta le stanze affollate della giustizia, ogni giorno sa dell’avventura che avrà in quel suq caotico di operatori e vassalli della magistratura, assimilabile solo al chiasso di un mercato confusionario delle città del nord Africa. Naturalmente chi è implicato in tali realtà lo è certamente perché un imperativo normativo non lo ha rispettato, ma la condizione di delinquere e quella di accusare nel nostro Paese è solo la faccia della stessa medaglia, un gioco di mimesi e specchi, perché spesso la violenza e l’inganno si celano abilmente anche dietro alla neutralità e alla forza del diritto. Questa forza ingannatrice è questione dirimente per entrare nel grande problema della realtà della giustizia penale, perché in modo inosservato procede abilmente non solo nelle nostre vite ma anche in quella del nostro democratico Paese. La penalità è sostrato multiforme, che si inserisce nello spaccato della realtà giudiziaria, la quale empiricamente può essere indicata in formula ascritta con il termine punitività, ricco di sinonimi, quali vendetta, rivalsa, retribuzione ecc.… che si può intendere come modo di agire sia dell’istituzione che dei singoli soggetti. Nulla è più antico della legge del taglione: rispondere a una realtà negativa con un atteggiamento altrettanto negativo. Ma la questione retributiva è lunga e vi si sono già stati spesi fiumi di parole, quello che interessa e preme di più nella situazione vigente è come questa carica di punitività si sia abilmente (ri-)proposta come modello di risoluzione della giustizia.

La miopia e l’incertezza della magistratura consentono di non osservare da vicino il volto della giustizia, la quale, in un gioco di mimesi delle parti, da un lato esplica la sua funzione, just desert! [NdR: la teoria del ‘just desert’ si rifà alla concezione retributiva della pena, sostenendo che i rei scelgono di violare la legge e quindi meritano di essere puniti], ma dall’altro ferisce seppur lievemente anche chi oscilla veemente il dito indice, assetato di biasimo, così da consentire a chi emette sentenza di barricarsi dietro un’errata se non ingiusta norma procedurale che allontana il terzo e imparziale dalla cruda e triste realtà di chi entrerà nel carcere.

La realtà carceraria, è stato recentemente ribadito dalla Corte Europea, pochi mesi or sono, è tornata alla condizione di sovraffollamento pre-2013, e nel gennaio scorso lo stesso Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ha nuovamente intimato alle autorità italiane di prendere seri provvedimenti. Quanto alle proposte de iure condendo da dover effettuare dinanzi alla staticità della magistratura, dal cui coro esula solamente la realtà dei giudici di sorveglianza, è il legislatore, se non l’intera classe politica, a dover farsi carico della ristrutturazione dell’intero impianto penitenziario, se non addirittura penale, per quanto possa essere utopistica una riforma del codice stesso.  La sinistra in questi anni ha in parte dato il proprio contributo a procedere verso una deflazione della realtà carceraria cercando anche di mutare il volto della stessa giustizia, come più avanti spiegherò, ma in simile momento storico legato all’emergenza pandemica di Sars-Covid19 bisogna quantomeno ripensare la necessità di rigovernare le regole che impongono una restrizione coattiva della pena. Oltre alla problematica recentemente ribadita dalla Corte EDU, la vetustà degli edifici e l’incapacità di molte strutture penitenziare di non poter procedere alla messa in atto di attività non solo fisiche ma anche in grado di poter attuare la partecipazione dei detenuti a una concreta opera rieducativa, portano all’insanabile problema delle carceri di serie A e serie B, con una preminente concentrazione delle seconde nelle zone del meridione. Lo stesso regime detentivo dei corpi carcerari dimostra con attente analisi scientifiche che la condizione di indigenza dovuta al sovraffollamento carcerario muta la pena in un regime di tortura, non corporale, ma un’oppressione legata ad un forte disagio psicologico che spesso sfocia in un drammatico epilogo.

Ecco appunto perché il sovraffollamento è una conseguenza patologica che appare impossibile curare. Secondo il più recente rapporto Antigone, nel 18,8 % degli istituti le celle non sono a norma con i parametri dei 3 mq per detenuto, il 54,1 % non dispone neanche della doccia, nel 35,3 % dei penitenziari non esiste acqua calda, ecc.… Sempre secondo il rapporto Antigone si apprende come le situazioni di carceri di serie A e sere B siano più tangibili della semplice retorica garante-populista. In Italia la media dei detenuti iscritti a corsi di formazione nell’ultimo anno era del 3% dei presenti con un calo drammatico in regioni come Veneto, Sicilia, Campania e Sardegna dove non sono risultati attivati corsi di formazione professionale. Cosa che invero dovrebbe essere obbiettivo principale di reinserimento sociale per morotea memoria. Queste brevi e seppur scarse riflessioni che prendono in analisi vari spaccati della giustizia penale, denotano la presenza di una sintomatologia del sistema delle pene, ma più in generale dello stesso diritto penale, che ci riconduce a quel senso di punitività, tanto propugnata nel tessuto sociale e dalle colonne delle agenzie e delle testate dei quotidiani, quanto volute e desiderate da un sistema di giustizia che ha, in una società populista e demagogica, ragionevolmente perso il suo fine precipuo, quello di ridursi a semplice bocche della legge, allo stato del nostro ordinamento costituzionale. Ecco perché in un contesto sociale arido di pensiero e riflessione, dove l’azione politica dovrebbe essere il centro e il cuore pulsante della vita democratica del paese c’è un travalicamento del potere esecutivo e giudiziario rispetto a quello legislativo. La carenza di una seria progettazione politico-criminale, è favorita dalla caduta di ruolo dei parlamenti; il sostanziale controllo dei governi sulle camere e sulla stessa elaborazione legislativa riduce, infatti, gli spazi per quella che deve essere una progettazione politica criminale di ampio respiro e lungo corso, rispetto a proposte legislative legate a situazioni e momenti contingenti proclivi a perseguire il consenso dell’opinione pubblica, attraverso anche letture semplificate del fenomeno penale da parte dei mass media o della carta stampata (spesso del tutto incompetente o travisante), a volte legate anche a esigenze politiche (il c.d. populismo penale): con ciò purtroppo ha trovato incentivo, soprattutto nella precedente maggioranza di governo, il continuo aumento delle pene edittali (soprattutto nei minimi); sono state varate delle leggi di modifica ad hoc che hanno neutralizzato in parte per una vasta gamma di reati l’accesso ai benefici penitenziari; per non soffermarsi sulla forte stigmatizzazione avvenuta con l’introduzione di nuove fattispecie colpose d’evento, e le continue deroghe a ogni possibile mitigazione della pena inserite tramite deroghe circostanziali ecc.

Dalla forte virata maggioritaria che l’Italia ha avuto a seguito della caduta dei sistemi partitocratici del secondo Novecento, l’accentramento maggioritario del potere legislativo nelle mani dell’esecutivo si è fatto strada con forza e in modo irreversibile. Ne deriva perciò, ove l’istanza di una previsione legislativa di lungo periodo diviene debole e alquanto generica, che la produzione del diritto e delle regole del comune vivere, attraverso un’erosione della riserva di legge, è stata consegnata alla stessa magistratura. L’addivenire di un palese punto di tensione tra diritto vivente giurisprudenziale da un lato, e i principi della separazione dei poteri dall’altro, hanno condotto a un punto di non ritorno la questione delle riforme della giustizia.

Ma la vanagloriosa intenzione della magistratura a colmare i vuoti legislativi ha trovato una forte barriera anche dinanzi alle istanze europee di erigere il giudice a legislatore. Ecco che in un simile quadro confusionario e caotico si deve re-inserire una continuità legislativa per la sinistra al fine di non perdere l’occasione avuta con le precedenti esperienze di governo del paese. Pur procedendo a piccoli passi a seguito della chiusura degli Stati generali dell’esecuzione penale, anche nel nostro Paese giustamente si trova, seppur in forma ridotta, la necessità di concepire la giustizia secondo un nuovo criterio d’umanesimo sociale e giuridico. Apprezzabili tentativi da ultimo si sono avuti con la “riforma Orlando”, a opera di Andrea Orlando Ministro della Giustizia del Governo Gentiloni, che nella sua necessaria eterogeneità ha permesso alla Restorative Justice di entrare nel mondo della punitività in modo ufficiale. L’art. 162-ter del codice penale, e il suo antesignano art. 35 in materia di giudice di pace, possono condurre a un rinnovato senso di giustizia, con l’auspicio che porti al coinvolgimento attivo non solo le parti pendenti in causa, ma lo stesso giudice, e l’intera comunità. Il procedimento riparativo come sostenuto dalle fonti internazionali può essere sempre attivato in ogni momento del processo: esso è volto alla reintegrazione del reo e alla riparazione di questi nei confronti dell’offeso, attraverso la partecipazione della comunità. Questa ardua scommessa si inserisce in un filo conduttore che potrebbe trovare la sua espressione di giustizia proprio tra “il dire e il fare”, perché il delitto riparato è la questione principale per avviare un nuovo processo di riforme e di ricostruzione del paese. Se la pannelliana memoria non è stata dimenticata, la sinistra e le sue forze alleate, per gettare le basi di nuove politiche di reinserimento sociale e armonizzazione del tessuto sociale, devono prendere necessariamente avvio dalla triste realtà presente nelle carceri e nella quotidianità della giustizia.