L’Europa e il ruolo dello Stato

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L'Europa
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Il ruolo dello Stato sarà fondamentale per rispondere alla crisi senza precedenti che stiamo vivendo: in gioco c’è il futuro dell’Unione Europea.

Oggi, di fronte alla crisi pandemica e per il nuovo volto che presenta la globalizzazione, l’Europa decide di cambiare decisamente passo. Questa è la prima grande novità politica, che ha prodotto un immediato riequilibrio dei rapporti forza tra sovranisti ed europeisti. Sia le elezioni regionali e amministrative in Italia sia le elezioni amministrative in Francia confermano, per la prima volta dopo anni, una significativa flessione di consensi per le forze sovraniste e una crisi della loro narrazione. L’acquisto massiccio dei titoli da parte della Banca Centrale Europea, accompagnato dalla decisione di una emissione comune di titoli pubblici europei, di fatto apre una nuova fase costituente nel processo di integrazione europeo. Tutto ciò avviene sempre sotto l’egemonia tedesca, ma su una linea politica nuova che sembra puntare in maniera decisa verso un rilancio degli investimenti e del mercato interno. Se questa è la nuova linea, ben venga l’egemonia tedesca. In fondo, nessuna nuova fase del progetto europeo si può realizzare senza il ruolo di una forza trainante. È normale che per l’Europa sia la Germania, per forza economica e per l’autorevolezza della sua attuale leadership. Dietro la dichiarazione di Angela Merkel “l’Europa sia padrona del proprio destino” si intravede una lettura molto lucida, da parte della Cancelleria, di come il virus abbia in qualche misura svolto la funzione di accelerare potentemente la crisi della globalizzazione nelle forme e nei modi in cui si è sviluppata negli ultimi decenni. La contrapposizione tra Cina e Stati Uniti per come si va configurando non consentirà, almeno nel breve periodo, una libera circolazione delle merci così come l’abbiamo conosciuta. Il che apre scenari per certi aspetti inquietanti sul futuro del mondo. È maturata una consapevolezza europea della necessità, alla luce della crisi globale, accelerata dalla pandemia, ma già in corso con l’inasprimento delle relazioni commerciali, di rilanciare il mercato interno europeo attraverso il progetto del Recovery Fund, un piano di investimenti poderoso per il futuro delle nazioni europee, che ha come obiettivo anche quello di garantire all’Europa un’autosufficienza produttiva e tecnologica in molti settori essenziali per la vita di milioni di europei.

Il ruolo dello Stato sarà fondamentale sul terreno economico e degli investimenti per cercare di rispondere in maniera efficace alla crisi senza precedenti che stiamo attraversando. In questi giorni, si è aperto nel paese un ampio dibattito sui principi e i valori del libero mercato, richiamati in tono preoccupato da molte autorevoli firme della grande stampa nazionale. È forte in loro il timore per un possibile, accresciuto ruolo dello Stato in campo economico. A tale riguardo, noi crediamo che la sinistra non debba essere in alcun modo subalterna alla propaganda orchestrata da una parte dell’oligarchica economica italiana. Grandi principi del liberalismo vengono scomodati quotidianamente al fine di difendere gli interessi corporativi dei pochi, per non dire dei soliti. Ci limitiamo sommessamente a ricordare a lor signori che l’unica pianificazione di cui aver paura è quella liberista che si è realizzata in questi anni. Pianificazione che ci ha consegnato una società completamente incastonata dentro l’utopia antipolitica del libero mercato. Utopia che a quanto pare non ha dato risultati confortanti, né sul piano economico né tantomeno su quello sociale. È invece il tempo di una sinistra che si faccia carico di una ricomposizione degli interessi imprenditoriali e sociali sul terreno della politica democratica. Unico metodo che in Italia può produrre un qualche risultato, una qualche mobilitazione delle forze reali del paese, e superare il blocco burocratico amministravo di cui siamo ostaggi, figlio dell’egemonia ordoliberista tedesca sull’Europa di questi anni, e della conseguente impossibilità di qualunque significativo investimento per il futuro e la crescita. Dentro questa dinamica il paese ha rischiato di marcire. Il ceto medio, drammaticamente impoverito dalle politiche deflattive, è diventato la base per l’esplosione elettorale dei movimenti sovranisti e populisti, in Italia e in Europa.

In attesa di capire le tempistiche e le modalità delle nuove risorse economiche europee, vogliamo indicare alcuni settori su cui a nostro parere è fondamentale investire se vogliamo che l’Italia torni finalmente a crescere. La possibilità che sia questo governo a gestire le risorse economiche europee dipenderà dalla sua capacità di programmare il futuro, ma anche di gestire il passaggio autunnale nel paese. Già da ottobre gli effetti economici della chiusura potrebbero manifestarsi sotto forma di una crisi sociale dagli esiti tutt’altro che prevedibili. In alcuni settori della maggioranza questo è un punto che sembra non essere compreso in tutta la sua portata. La crisi non è finita. Dopo un’attenuazione, la crisi sanitaria sta riprendendo, e ne comincia ora una sociale che per essere gestita necessita dello stesso impegno profuso dal governo per superare l’emergenza sanitaria di febbraio-marzo. Non sono ammessi, pena la stessa sopravvivenza del governo, vanità personali, polemiche inconcludenti, paralizzanti tatticismi e ossessioni elettoralistiche. Programmare il futuro e governare questi mesi, questo è il compito.

Durante la fase più acuta della crisi sanitaria sono emerse fragilità in molti settori, per via del processo di delocalizzazione irresponsabile di molte nostre produzioni e per la mancanza degli investimenti necessari. Su beni e servizi fondamentali non è tollerabile per il futuro una dipendenza dall’esterno, tanto più alla luce dell’inaffidabilità dimostrata nella gestione della crisi dai gruppi dirigenti delle altre potenze mondiali, a partire da Stati Uniti e Cina. In questo quadro il ruolo dell’Italia è stato senz’altro importante. Nonostante le fragilità della maggioranza di governo, il suo contributo al cambio di fase in Europa, al netto del chiacchiericcio politico giornalistico, è stato importantissimo. Risultato ottenuto grazie alla determinazione di Giuseppe Conte e alla credibilità di cui godono in Europa Roberto Gualtieri e Paolo Gentiloni insieme al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il governo con abilità ha di fatto diplomatizzato una crisi di consenso drammatica in cui era precipitata nel nostro paese l’Unione Europea, ed evitato il rischio di una rottura sul modello Brexit. Il raggiungimento di questo obiettivo giustifica già di per sé la nascita di questo governo, e dimostra l’importanza politica di aver diviso il fronte sovranista in Italia, riposizionandone parte importante dentro una prospettiva europeista. Le nuove risorse europee non saranno immediatamente disponibili per cui è necessario trovare, anche attraverso un nuovo scostamento di bilancio se necessario, le risorse per coprire gli ammortizzatori sociali almeno fino al 2021, senza cedimenti di alcun tipo alla propaganda anti assistenziale di cui sono ricche le cronache dei giornali, e che di fronte alla portata di questa crisi economica appaiono semplicemente ridicole. Rilanciare gli investimenti con l’obiettivo di allargare la base produttiva del paese, a partire dal Sud. Senza ricomporre la frattura economica e sociale tra il Sud ed il Nord del paese, qualunque considerazione in merito a una ripresa della crescita economica, ferma in Italia ormai da anni, diventa puramente accademica. Portare l’alta velocità al Sud, potenziare la portualità delle regioni meridionali, finanziare un intervento per l’ammodernamento delle strutture turistiche ricettive. Attivare politiche fiscali aggressive per attrarre investimenti al fine favorire nuove localizzazioni industriali nel meridione. Continuare a investire nella scuola, nell’università, nella ricerca, nell’innovazione e nel sistema sanitario. Per quanto riguarda la scuola pubblica gli investimenti vanno accompagnati da una selezione del personale docente che non può più avvenire attraverso le continue stabilizzazioni, che se pur necessarie non posso garantire una selezione del personale docente all’altezza di un compito così fondamentale per il futuro del paese. Sarà necessario anche un intervento di capitalizzazione e ricapitalizzazione di una parte delle nostre imprese, anche con interventi diretti dello Stato ove necessario, se vogliamo metterle nelle condizioni di investire e crescere.