Darwinismo e politica

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Darwinismo e politica
Darwinismo e politica

“Darwinismo e politica” è uno dei saggi più importanti del filosofo scozzese D. G. Ritchie (1853-1903), uno dei maggiori esponenti dell’idealismo britannico. Approfondendo lo studio delle scienze naturali e sociali, Ritchie è stato tra i primi pensatori a coniugare l’evoluzionismo darwiniano con l’idea di una società basata sull’interesse generale e sulla solidarietà, in contrasto con le teorie individualistiche predominanti nella sua epoca.

Ritchie scrive in un periodo in cui la filosofia sta attraversando una crisi irreversibile. Nella seconda metà dell’Ottocento, infatti, si assiste al tramonto dei valori tradizionali dell’Occidente: al termine di un lungo e combattuto processo cominciato con l’Illuminismo, viene dichiarata la “morte di Dio”, ossia la liquidazione della metafisica, della religione e della filosofia in generale. Al contrario, Ritchie tenta, con gli strumenti messi a disposizione dalla ragione e dalla dialettica, di dimostrare come sia più che mai necessario istituire un pensiero di natura filosofica che guidi l’individuo e la comunità in senso etico-politico; inoltre, Ritchie è profondamente convinto che per assicurare il benessere di tutti, cosa che dovrebbe essere lo scopo di qualsiasi istituzione nazionale e sovranazionale, sia fondamentale l’intervento (efficiente ed equilibrato) dello Stato. Le riflessioni del pensatore scozzese si concentrano dunque sul ruolo della filosofia e su quello dello Stato.

Il tramonto dei valori tradizionali occidentali coincide a grandi linee con l’affermazione del capitalismo nel contesto della Rivoluzione Industriale. Il nuovo idolo è il capitale privato, il nuovo modello è incarnato da coloro che si sono arricchiti tramite iniziative economiche più o meno lecite (importa il fine, non il come), e l’obiettivo verso il quale l’uomo tende è il profitto.

In questo panorama, irrompe la controversa opera di Charles Darwin, “L’origine delle specie” (1859). Secondo il naturalista britannico, le specie si evolvono grazie alla selezione naturale, ossia i soggetti più adatti prevarrebbero nella lotta per la sopravvivenza sia nei confronti dei membri della loro stessa specie, sia nei confronti dell’ambiente. Sopravvivendo e riproducendosi, gli individui più adatti trasmettono alla progenie i caratteri favorevoli che li hanno avvantaggiati. Le modificazioni all’interno della specie, secondo l’evoluzionismo darwiniano, avverrebbero casualmente tramite mutazioni spontanee.

L’impatto delle teorie di Darwin è stato a dir poco dirompente, al punto che le sue idee hanno trovato ben presto applicazione al di fuori del campo che le aveva generate e per le quali erano state concepite, la biologia. Nasce così il cosiddetto “darwinismo sociale”, ossia l’applicazione diretta e senza riserve della selezione naturale alla società umana. Da mera tesi biologica, la selezione naturale diventa assioma inconfutabile per giustificare un certo modo di intendere e praticare l’economia, riassumibile nella massima del laissez faire. La selezione naturale implica l’idea di lotta (le diverse specie sono in lotta tra loro per accaparrarsi le risorse messe a disposizione dall’ambiente, risorse presenti in numero limitato), ma, come abbiamo visto, implica anche l’idea di casualità: l’evoluzione è data anche dalle variazioni casuali, appunto, che intervengono all’interno delle specie. Un concetto pericoloso da accostare alle varie organizzazioni umane, perché rischia di scindere il nesso, innegabile, tra azione e responsabilità.

Inoltre, adottando la selezione naturale per spiegare le dinamiche della società, si perviene a una duplice, tragica conclusione: da una parte trovano giustificazione le conseguenze più aberranti del colonialismo e dell’imperialismo (la specie “superiore”, ossia l’uomo bianco occidentale, ha il diritto, anzi, il dovere – glielo impone la natura – di sottomettere le specie “inferiori”, ossia tutte le altre genti: e quindi ecco legittimati lo sterminio delle popolazioni autoctone, la schiavitù, il sistematico e distruttivo sfruttamento dell’ambiente); dall’altra si bolla come antiprogressista e antiscientifico ciò che ci rende animali diversi da tutti gli altri, ossia “le più nobili facoltà umane”, come le definisce Darwin stesso nel suo “L’origine dell’uomo”: la morale, l’etica, la solidarietà. Nel momento in cui non si riconoscono vincoli morali di sorta, tutto è permesso.

In campo economico, l’applicazione del darwinismo sociale ha rafforzato l’idea che il laissez faire, principio cardine del liberismo, fosse cosa buona e giusta. In quest’ottica, il mercato sarebbe in grado di autoregolarsi, gli Stati non dovrebbero mai intromettersi negli equilibri (o disequilibri) economici, e la libertà senza limitazioni del singolo, del privato, sarebbe il bene supremo da difendere da qualsiasi ingerenza. Le disuguaglianze, quindi, non sarebbero da combattere, ma da accettare in quanto sono il risultato della legittima selezione sociale degli individui e delle classi.

È tuttavia evidente che l’attività del singolo deve logicamente rappresentare un vantaggio per la comunità: sia perché tale attività non nascerebbe in difetto di una comunità, così come una pianta non germoglierebbe senza il terreno adatto a nutrirla; sia perché se l’attività danneggiasse la comunità, contribuirebbe a deteriorarla fino eventualmente a disgregarla, condannando anche se stessa. Insomma, sarebbe come arrampicarsi su un ramo e poi tagliarlo dalla parte del tronco.

Nell’èra capitalista, l’aspetto sociale della ricchezza è ridotto al lumicino, se non del tutto assente. Il patrimonio appartiene a chi lo ha creato e quest’ultimo può disporne come meglio crede (può investirlo, oppure può dilapidarlo). Inoltre, non ha praticamente importanza il modo in cui si è formato il patrimonio. Spesso si evoca il mito della libera competizione, ma la competizione non è quasi mai veramente libera sia perché le posizioni di partenza raramente sono uguali, sia perché essa è pericolosamente esposta a fenomeni di corruzione e concorrenza sleale. Scrive Ritchie: “L’aperta competizione potrebbe portare risultati di qualche valore se ognuno al momento della partenza fosse onesto, corresse con le proprie gambe e portasse lo stesso peso; ma l’aperta competizione tra un uomo in un sacco con un fardello sulle spalle, un altro con un buon cavallo ed un terzo con un treno espresso è una farsa, ed è una cosa crudele, quando la corsa vien fatta per la vita”.

Le conseguenze sono evidenti. L’uomo si trova a scivolare vertiginosamente indietro sulla scala della civilizzazione, precipitando in uno stato di lotta di tutti contro tutti, condizione dalla quale si era tirato fuori con un processo faticoso, durato secoli. L’unica differenza è che il massacro non si svolge su un campo di battaglia, ma nei mercati finanziari. Classificare l’uomo solamente come un animale in lotta per la sopravvivenza significherebbe negare secoli di civiltà e progresso; evidentemente l’uomo non è solo questo. L’uomo è stato capace di costruire delle comunità basate sulla solidarietà e sul reciproco soccorso, e di immaginare prima e di applicare poi (purtroppo non in ogni tempo e luogo), diritti fondamentali quali il diritto alla vita, all’integrità personale, alla libertà di pensiero e via dicendo.

Cosa si può fare, in questo desolante panorama? Anzi, cosa è necessario fare secondo Ritchie? La chiave di tutto è il passaggio dalla “selezione naturale” alla “selezione razionale”, nella quale sono le idee e i valori, e non gli individui e i popoli, a lottare per la sopravvivenza. L’uomo, grazie al linguaggio e alle istituzioni, non è limitato all’ereditarietà in senso biologico come lo sono gli animali, ma può trasmettere ai successori non solo i propri geni, bensì anche le proprie idee e le proprie esperienze, cosicché le nuove generazioni non siano costrette e ricominciare da zero. Basti pensare, ad esempio, al Diritto romano, ancora oggi alla base di molti istituti giuridici nonostante l’Impero di Roma sia scomparso da secoli.

In passato, le etnie sconfitte finivano per essere sterminate, o ridotte in schiavitù, o colonizzate; con la “selezione razionale”, lo scontro avverrebbe in modo, per così dire, virtuale: le idee e i valori utili e benefici per la società, auspica Ritchie, verrebbero salvaguardati e applicati, quelli dannosi scartati. E il fine di questo processo dialettico sarebbe assicurare un’evoluzione in senso positivo all’umanità tutta.

Fondamentale nella difesa e nella promozione delle idee e dei valori positivi è lo Stato. Esso dovrebbe assicurare il benessere dei cittadini, ma questo è un compito difficile da adempiere se gli organismi che sono chiamati di volta in volta a guidare le istituzioni hanno perso la capacità di proporre idee e programmi, affidandosi quasi esclusivamente alla cieca ricerca del consenso popolare da una parte e all’improvvisazione dall’altra. Il populismo declinato in varie forme individua nel popolo l’oracolo da adulare (ed eventualmente gabbare): ma può il popolo conoscere tutti i problemi di uno Stato? Può conoscere le soluzioni? Evidentemente no.

È dunque compito imperativo dello Stato assicurare che il popolo abbia gli strumenti per poter deliberare in modo consapevole; ma sembra che questa volontà non ci sia, o che non sia abbastanza determinata. Evidentemente è più comodo avere a che fare con un “popolo-bue” anziché con un popolo informato. Inoltre, lo Stato contemporaneo ha visto il proprio potere di azione pesantemente ridimensionato dalla globalizzazione e dallo strapotere acquisito via via dalle multinazionali, dai fondi finanziari internazionali e da tutte quelle realtà che mirano a limare sempre di più i salari e la distribuzione della ricchezza in favore dei detentori di patrimoni progressivamente più grandi e accentrati.

È da sottolineare come lo scopo dell’intervento dello Stato non sia quello di “fare dirigismo”, ma quello di dare fiducia. Investire cioè nei settori chiave dove il Paese è rimasto desolatamente indietro, dalle infrastrutture all’istruzione, dalla sanità all’innovazione tecnologica, per trascinarlo fuori dalle sabbie mobili e garantire maggiore equità nei diritti e nella distribuzione della ricchezza.

Lo schema che stiamo vivendo è fin troppo simile a quello a cavallo tra Otto e Novecento. Allora, in seguito all’applicazione cieca del laissez faire e all’assoluta mancanza di regolamentazione economica, si è prodotta una grave crisi che ha portato alla demagogia, ai fascismi e alle guerre. Oggi, il neoliberismo ha provocato crisi altrettanto profonde, come quella del 2008, che ha devastato le economie e lo stato sociale di molti paesi, aprendo la strada ai populismi e ai sovranismi.

Con le crisi si accresce il divario tra ricchi e poveri: i ricchi diventano sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri. Ma questo, nel capitalismo liberista, non è considerato un problema, visto che l’obiettivo di questo modello economico è quello di aumentare esponenzialmente la propria potenza, cioè di concentrarsi sempre di più e in un numero di mani sempre più ristretto. La crisi, ossia la distruzione di tessuto sociale ed economico, sembra anzi essere un passo decisivo: è come depauperare un terreno che qualcun altro (gli Stati, e all’interno delle comunità saranno le fette povere e svantaggiate a sostenerne i sacrifici) si preoccuperà di far tornare fecondo. Successivamente, i grandi imprenditori (che Alan Greenspan, accanito sostenitore del principio del laissez faire e presidente della Banca centrale degli Stati Uniti dal 1987 al 2006, definisce “gli eroi della distruzione creativa”, riprendendo il concetto dell’economista austriaco J. Schumpeter) potranno dare inizio a una nuova fase di sfruttamento.

Lo scopo del capitalismo è il capitale e ogni altra cosa, l’uomo compreso, è un mezzo. Come sottolinea lucidamente Luigi Ferrajoli, giurista di fama internazionale e allievo di Norberto Bobbio, i mercati finanziari, dominati dagli speculatori, dalle agenzie di rating, dai gruppi di interesse privato transnazionale, impongono le proprie regole agli Stati, e i rappresentanti democraticamente eletti sono costretti ad applicare politiche che da una parte vanno a favore di questi interessi privati e speculativi, dall’altra danneggiano la società aumentando la disoccupazione, la precarietà, lo smantellamento dello stato sociale.

E dunque, come porre fine a questa spirale della disuguaglianza che si perpetua dal diciottesimo secolo? Certamente non lasciando campo libero alle logiche del capitalismo neoliberista, ma recuperando un’idea di società che da una parte favorisca l’iniziativa economica, e dall’altra ritrovi le proprie fondamenta sui valori della solidarietà, dell’equità sociale e sul riconoscimento del primato del lavoro.

Riprendendo le parole di Ritchie: “Al momento, quante di queste energie, tanto intellettuali e morali quanto fisiche, vengono sprecate nella distruzione reciproca! Non possiamo sperare che gradualmente questo mutuo conflitto si tramuti in mutua assistenza? […] non possiamo sperare di rendere questo aiuto consapevole, razionale, sistematico, e così eliminare sempre di più la sofferenza che imperversa intorno a noi?”.


Per approfondire:

https://www.gazzettafilosofica.net/saggistica/collana-scandagli/darwinismo-e-politica/#cc-m-product-11656211277